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“Il Duka in Sicilia”, Vittorio Bongiorno, Einaudi, 2011

Vittorio Bongiorno, scrittore con all’attivo quattro romanzi. Non ti chiedo di presentarti perché sei noto ai più; entriamo subito nel merito: come definiresti i quindici anni trascorsi dalla pubblicazione del tuo primo libro?

Di corsa! Ti confesso che non me ne sono accorto, e non ci ho quasi mai pensato. Nel senso che per vivere faccio altro, e scrivo di notte, cercando di conciliare lavoro, famiglia, figli, qualche ora di sonno e un ritardo cronico a rispondere a centinaia di email accumulate (come la tua!)… Insomma, non mi sono mai sentito uno “scrittore” con la esse maiuscola. Piuttosto un raccontastorie, che scrive di notte, comunque, sia che mi pubblichino o che no. La mia è più un’urgenza. Non faccio grossi calcoli su cosa dovrei o potrei scrivere. Lo faccio, e basta. È  la mia vita. Non ne potrei fare a meno.

Il Duka in Sicilia è il tuo ultimo romanzo, pubblicato da Einaudi nel 2011. Vincenzi di Repubblica definisce l’idea alla base del libro “poco italiana” – specificando che si tratta di un complimento -, Cinque de Il giornale di Sicilia definisce la tua una “voce ironica e colorata”. Ti senti un po’ il fautore di novità del panorama letterario italiano?

Noooo! Per carità! Nessuna novità, non da parte mia. Io scopiazzo qua e là, vengo, come dicevo prima, dallo storytelling, dalle storie raccontate e ascoltate al bancone di un bar, dalla vita vissuta su un tram. Onoratissimo delle critiche positive che hanno accolto il mio “Duka in Sicilia”, ma non credo di essere una grande novità. Forse, tratto che accomuna tutto quello che scrivo, il miscuglio di parlato e musica rende la lettura dei miei libri un po’ più ritmata del solito. Diciamo che cerco di stare al passo coi tempi, e di “tenere il tempo”, di non far annoiare il lettore.

L’idea de Il Duka in Sicilia nasce nel 2003. Che significato ha per te?

Il primo germe, la prima scena, era l’idea per un film. Pensata per immagini, e musica. E infatti così e’ stato, ho scritto un soggetto di dieci paginette e l’ho mandato a destra e manca, proprio come nei film. Prima Pupi Avati, poi addirittura Roberto Benigni mi ha telefonato, per complimentarsi della bella storia. Poi ancora Nanni Moretti mi ha selezionato insieme ad altri per il suo “Premio Sacher 2003”, unica edizione di concorso per storie per film. A ripensarci ora e’ davvero incredibile, soprattutto perché io ho spedito il plico presso gli uffici di questi signori, da totale sconosciuto. La storia piaceva molto, ma tutti erano d’accordo sul costo eccessivo di un “film in costume”. E per un po’ l’ho lasciato nel cassetto. Poi l’ho ripreso in mano, ne ho ascoltato nuovamente la gioia delle voci del coro, i tanti personaggi, l’ambientazione alla “Blues Brothers siciliano”, e mi sono buttato a scrivere il romanzo. Che è stato, a mia sorpresa, molto gioioso da scrivere.

Esordisci a 24 anni con La giovane Holding, pubblicato da Comix; prosegui con un noir psichedelico e un romanzo di formazione. A quanto mi pare di capire ti piace sperimentare. C’è un filo rosso che collega i tuoi lavori?

Beh, io sono da un certo punto di vista uno che si annoia a fare sempre la stessa cosa. Dunque cambiare registro è stata un’esigenza di “sopravvivenza”. Annoierei me stesso, prima che i miei lettori. Però, d’altro canto, credo che, come dice mio figlio, io scrivo sempre la stessa storia! Cambia il tono magari, l’ambientazione, lo stile, ma i miei temi sono sempre gli stessi: il lato oscuro dell’uomo, i rapporti conflittuali, padre-figlio, la fuga, la voglia di sognare un mondo migliore… Facendo un paragone musicale, a me piacciono i dischi e gli artisti che suonano fondamentalmente sempre la stessa canzone, anche se con sfumature diverse, piccoli slittamenti, sperimentazioni controllate. Dylan, Neil Young, Tom Waits…

Com’è stato il tuo approccio con l’editoria? Hai avuto difficoltà ad emergere e farti notare?

La difficoltà è costante a emergere tra le migliaia di libri pubblicati ogni anno, benche’ il mio ultimo romanzo sia stato pubblicato da Einaudi. Io, di mio, ci aggiungo una incapacità a frequentare le “cricche”, i salotti letterari, i sorrisi di circostanza. Ho un altro lavoro che mi permette una vita normale, dunque quando scrivo non voglio limitazioni o imposizioni dalle regole del mercato, o dalle tendenze, o dagli uomini marketing. È molto dura così, ma è la mia vita, devo essere sincero prima con me stesso e poi con chi mi legge. Quando scrivo io cerco la verità, non il successo, o una rubrica su qualche giornale.

È stato più soddisfacente vedere edito il tuo romanzo d’esordio o essere pubblicato da una grande casa editrice?

Beh, il primo romanzo è stata un’avventura un po’ folle e irresponsabile, che per fortuna è finita bene! Non ho rimpianti, anzi, mi sono molto divertito. Però, con tutto il rispetto, quando mi è arrivata a casa la bustona con le bozze del romanzo, con il logo “Giulio Einaudi Editore”, mi sono davvero emozionato…

Quale dei tuoi romanzi ha richiesto più tempo e difficoltà nella scrittura?

Io ho una scrittura molto veloce, ma che necessita di molto tempo per costruire l’architettura. Posso metterci anni su schemi e schemini per un libro, e pochi mesi per finire di scriverlo. Forse per il Duka ci ho messo un po’ di più, perché ho fatto tutte le ricerche storiche, ho viaggiato spesso per incontrare a Palermo gente che ha partecipato davvero al concerto di Duke Ellington nel 1970, ho dovuto organizzare molte più voci…

Esordire è difficile, specie se si considera che molti editori preferiscono guadagni sicuri alla valorizzazione di giovani capaci. Che consiglio ti senti di dare agli scrittori in erba?

Non so quanto i miei consigli possano essere utili. Sicuramente io posso dire che i “trucchetti” prima o poi vengono a galla. E che la qualità, alla lunga, paga. Se uno vuole fare lo scrittore, deve faticare sulla pagina bianca, non avere fretta, e scavare a fondo nelle storie. Il successo facile non esiste, e nemmeno, checché ne dica qualcuno, le regole per un libro di successo. I grandi scrittori, come i grandi musicisti, o i grandi artisti, si sporcano le mani, scavano, hanno il coraggio di cestinare una pagina non venuta bene. Leggi i diari della Pivano, quando racconta Hemingway al lavoro, e vengono i brividi: un gigante, che faceva letteralmente a pezzi la sua scrittura, perché non era convinto al duecento per cento. Se vuoi andare in televisione, però, quello che dico io non vale. Io appartengo alla “parrocchia” della scuola dura. Ma quando riesci a cogliere quell’attimo fuggente, anche uno solo, beh…

Si dice che ogni scrittore trasferisca sui propri personaggi alcune componenti del proprio carattere o della propria personalità. A quale ti senti più legato e quale rispecchia di più te stesso?

È innegabile che io parto sempre da me, da un’intuizione, da una storia, da quello che mi fa battere il cuore. E spesso uso cose che mi sono accadute, ma cerco di trasformarle, in funzione di una storia. In funzione di quello che “serve” alla storia. Se un personaggio deve morire, se serve alla storia, io lo faccio morire, anche se magari nella vita vera è il tabaccaio sotto casa che vive bello sereno e placido, o mio padre, o il mio migliore amico. E cerco di filtrare le emozioni dei personaggi che descrivo attraverso i miei occhi. Del resto ho solo i miei occhi per conoscere il mondo. Poi, magari, gli faccio fare cose che io non farei mai. Ma io scrivo storie, appunto, non romanzi autobiografici!

Al momento, stai lavorando a qualche altro romanzo?

Non parlo mai con facilità di ciò che ancora non è compiuto. Perché, come dicevo prima, non ho fretta, non voglio pressioni di alcun tipo. Quando penso che una storia sia pronta, è quello il momento di mandarla all’editore. Prima di riprendere in mano il Duka avevo cominciato a lavorare a un romanzo, piuttosto corposo. Il Duka mi è servito per prendere una boccata d’aria. Ora sono pronto per ricominciare. Ma, nel frattempo, in un giro promozionale del Duka a New York, dove ho fatto un reading musicale del libro, ho “incontrato” un’altra storia, più urgente, più immediata, e forse, chissà…

Lo staff di Elasticamente ti ringrazia molto per la tua disponibilità. In bocca al lupo per il futuro!

Sono io che ringrazio voi, e mi scuso tanto del ritardo con cui vi ho risposto. A presto!

Dalia Nera, James Ellroy

"Dalia Nera", James Ellroy, Mondadori, 2010

Dalia Nera di James Ellroy è il primo romanzo della tetralogia di Los Angeles, scritta dall’autore “maledetto” a partire dal 1987.

Lee Blanchard e Dwight Bleichert sono due agenti della polizia di Los Angeles, entrambi ex pugili, che indagano prima in coppia, e poi separatamente, sull’omicidio di Elizabeth Short, conosciuta come Dalia Nera per la tendenza della ragazza a vestire sempre di nero. Il caso è di difficile soluzione, tanto da venire archiviato dopo mesi di indagini insoddisfacenti. Lee e Dwight, assorbiti totalmente dalla faccenda, decidono di dare anima e corpo per risolvere il caso.

Ellroy nel primo dei  quattro romanzi ambientati in California, è in grado di strutturare una densissima trama di avvenimenti, collegati l’uno all’altro in modo inaspettato e insospettabile sin dall’inizio; la sua capacità di far quadrare i conti con una fitta rete di rimandi è davvero sorprendente, ed è in grado di illudere il proprio lettore – portandolo apparentemente sulla retta via per districare i nodi del caso – disilludendolo poi con trovate geniali e colpi di scena.

Va fatto poi un plauso all’autore per la capacità che ha avuto nel delineare le personalità dei propri personaggi, evidenziando in maniera puntuale le difficoltà, le angosce e i ripensamenti degli stessi nel corso delle indagini. I due protagonisti sono delineati a tutto tondo, si è infatti in grado di capire il loro modo di pensare, di agire e di rapportarsi verso gli altri. La stessa Dalia Nera, oggetto delle indagini, è messa a tal punto in rilievo nella narrazione, che pare resuscitare per mostrarsi in tutta la sua bellezza. I personaggi comprimari, infine, sono delineati con arguzia, in quanto le loro peculiarità vanno a sanare le falle comportamentali dell’uno o dell’altro protagonista.

Ellroy è di certo lo scrittore adatto per cominciare ad avvicinarsi ai generi ‘neo noir’ e ‘thriller’, in quanto è inevitabilmente capace di appassionare il lettore alle proprie trame e ai propri intrecci. La scrittura è piana e diretta, l’ideale per immergersi nelle pagine del libro e non scollarsene fino alla fine del romanzo.

Libertà, Jonathan Franzen

"Libertà", Jonathan Franzen, Einaudi, 2011

Libertà di Jonathan Franzen è un romanzo ampio ed organico, strutturato per fasi successive, ma con ampie e frequenti digressioni per consentire un quadro d’insieme più chiaro e completo. La vicenda ruota attorno alla famiglia Berglund, della quale viene tracciata la parabola ascendente prima, e discendente poi, scandagliando gli aspetti più intimi e insospettabili dei diversi protagonisti. L’autore pone in rilievo con grande maestria le difficoltà che si riscontrano nei rapporti di qualsiasi famiglia ordinaria, tra liti, incomprensioni, difficoltà e problemi insoluti da risolvere. Ciò che non si coglie nelle dinamiche familiari sono la quiete e la tranquillità, la mancanza delle quali si fa sentire lungo lo svolgimento dell’intreccio, e a risentirne sono in particolar modo i ragazzi della famiglia, Joey e Jessie, incapaci di relazionarsi ai propri genitori senza pensare agli errori e alle devianze degli stessi.

Patty non è la madre che ogni figlio desidererebbe – e vorrebbe – avere, non fino in fondo, almeno. Presente e forse fin troppo protettiva da una parte, ma incurante della coesione familiare dall’altra, escogita diverse strategie per concedersi numerose ‘scappatelle’; lo stesso tipo di atteggiamento è proprio anche del capo famiglia Berglund, Walter, che fa della sua vita un arazzo, un oggetto nel quale sperimentare la gioia e la sofferenza, il successo lavorativo ed il fallimento di progetti importanti, passando per ideali strambi e contro-ideali da seguire, per non perdere la ‘via’. Sono i due coniugi il fulcro della narrazione, due persone in grado di vivere più vite, concedendosi il cambiamento in tutto e per tutto, assecondando il profondo desiderio di libertà.

Franzen confeziona un’esperienza di vita non indifferente, costruisce quelle sottili dinamiche ed intrichi che si possono cogliere anche al di fuori della realtà immaginaria del romanzo. Nella sua opera non c’è un effettivo sviluppo di avvenimenti, si colgono altresì chiazze di colore che si fondono, dando vita ad un ampio ed un unico quadro: è proprio questa la forza del suo romanzo.

Portello Pulp, Simone Marzini

“Portello Pulp”, Simone Marzini, “Edizioni La Gru”, 2012

Libro agile nella lettura, ma anche nella struttura narrativa, Portello Pulp di Simone Marzini – edito da “Edizioni La Gru” –  è un breve romanzo che per l’andi e rivieni concitato di eventi si legge tutto d’un fiato. Di certo il lettore che conosca Padova o vi abbia passato parte della vita – magari per gli studi universitari – non potrà di certo non ritrovarsi nel proprio mondo, quello di Portello per esempio, o della festaiola Piazza delle Erbe. Ma l’opera prima di Marzini non è un affresco di una città, tutt’altro: la pittoresca Padova (e con essa parte della sua provincia) funge da contorno ideale per il concatenarsi sgangherato degli avvenimenti.

La vicenda prende inizio con le disavventure di Carlo Benzina, abitante abusivo di un appartamento in via Portello, dedito per lo più a scolarsi spritz in Piazza delle Erbe. Un terzetto di malavitosi nord africani, accusandolo di aver sottratto una partita di cocaina, lo sollecita a rendere la droga entro 24 ore per evitare conseguenze spiacevoli. Sarà compito del coraggioso Rambo e dello sprovveduto Pacciani aiutare l’amico in difficoltà, tra paure, idee estemporanee ed un po’ bizzarre per salvarne la vita.

La scrittura dell’autore – alla sua opera prima – è diretta e pungente, spesso scandita da toni coloriti, in pieno stile pulp. Il susseguirsi di frasi mozzate e di dialoghi, fatti di botta e risposta agili e sferzanti, contribuisce a creare un’atmosfera graffiante, capace di creare quella suspense che è il fulcro attorno al quale ruota il romanzo. I colpi di scena – spesso improvvisi e del tutto inaspettati – fanno prendere alla narrazione una piega diversa da quella che il lettore potrebbe aspettarsi  dopo i primi capitoli, e garantiscono un finale di storia non banale e di certo apprezzabile.

Ci sono alcuni punti deboli nel romanzo, che corrispondono a delle scene morte, le quali non fanno riscontrare uno sviluppo nelle vicende sembrando del tutto accessorie; sono quegli stessi punti nei quali sono proposti luoghi comuni che (ad avviso del recensore) potevano essere espunti. Uno su tutti: le “riflessioni” sulla televisione italiana da parte del capo malavitoso nord africano, che strappano certo un sorriso, ma poco c’entrano con il libro. Ad ogni modo, il debutto di Marzini sulla scena letteraria pulp è di certo positivo, con margini di miglioramento che sembrano sicuri.

Intervista a Silvio Donà, autore di Nebbie

“Nebbie”, Silvio Donà, GEMS, 2012

Silvio Donà: laureato in legge, marito, padre e scrittore…passione o professione?

Vogliamo dire che sono uno scrittore che per hobby lavora nell’ufficio legale di una banca?

No, eh?

Battute sceme a parte, la scrittura è giocoforza una passione. Chiunque scriva e pubblichi in Italia, anche a buoni livelli, sa che vivere di scrittura è privilegio di pochissimi. Salvo alcune eccezioni (ma parliamo di Camilleri, di Faletti, di Ammaniti e non molti altri) la maggior parte degli autori italiani anche “famosi” deve fare altro, oltre a scrivere, per mettere insieme il pranzo con la cena. O, se hanno qualche esigenza in più, per mettere insieme il caviale con la Mercedes.

Quasi inutile precisare che io ho una Punto.

 Perché un lettore “seriale” dovrebbe avvicinarsi ai tuoi libri?

Se un lettore seriale cerca in uno scrittore qualcosa di specifico e si appassiona a lui per una certa sua particolarità, potrebbe faticare un po’ a trovare qualcosa di “tipico” e di ricorrente nelle cose che io scrivo.

Il mio romanzo di esordio “Pinocchio 2112” è di genere fantascientifico (anche se poi parla di amore per i libri e di scoperta della paternità); “Luisa ha le tette grosse” è un romanzo breve, ironico e amaro, su un quarantenne in crisi di identità che deve fare i conti con la morte dei suoi sogni; “Nebbie”, l’ultimo pubblicato (anche se è stato scritto prima degli altri due), è un romanzo che, incrociando la storia di tre donne appartenenti alla stessa famiglia, racconta il riemergere del ricordo di una violenza subita in famiglia dalla protagonista quando era bambina. Oltre ai romanzi negli anni ho pubblicato diversi racconti, alcuni comici, altri drammatici.
Nel 2011 il mio racconto “La mano del destino” ha vinto la XIV edizione del Premio Orme Gialle per racconti gialli/noir. Insomma mi piace spaziare, affrontare temi e generi diversissimi tra loro, anche se poi mi sforzo di darne, per quanto possibile, un’interpretazione personale. Nonostante questo ci sono lettori che hanno comprato tutti e tre i miei romanzi. La speranza è che sia perché pensano che io scriva bene. Magari invece è masochismo.

Nebbie” è uno dei 30 finalisti al concorso nazionale “IO SCRITTORE”. Quant’è grande la soddisfazione per essere riconosciuto valido tra migliaia di scrittori?

Quando ho iscritto “Nebbie” al Torneo “Io Scrittore” organizzato dalla Mauri Spagnol erano già usciti due miei romanzi con Leone Editore; la mia motivazione, quindi, non era solo quella di arrivare a pubblicare ma, più in particolare, di beneficiare, in caso di vittoria, di maggiore visibilità (la Mauri Spagnol, riunendo sotto la stessa sigla Longanesi, Garzanti, Corbaccio, Guanda, Salani e altre case editrici è ormai uno delle realtà editoriali più importanti del nostro paese).
Inoltre mi è piaciuta da subito la formula del torneo, il fatto che i vincitori siano decisi in base ai giudizi e alle valutazioni degli altri partecipanti, quindi di altri scrittori. Iscrivendomi ho pensato che, nella peggiore delle ipotesi, anche se fossi stato scartato, avrei comunque portato a casa di un certo numero di giudizi particolarmente qualificati sul mio lavoro. Sentire pronunciare il mio nome tra quello dei vincitori, alla cerimonia conclusiva al Festival della Letteratura di Mantova, è stata davvero una bella emozione.

Qual è il romanzo a cui ti senti più legato? Ce ne puoi parlare brevemente?

Per la verità i romanzi a cui sono più affezionato dormono ancora nella memoria del mio computer, in attesa di pubblicazione. Magari mi sbaglio, ma forse le cose migliori che ho scritto sono ancora inedite. Se proprio dovessi scegliere uno dei tre romanzi pubblicati, forse sceglierei “Pinocchio 2112”. Probabilmente perché il “primo nato” rappresenta un’emozione particolare, qualcosa difficile da scordare, ma anche perché, pur con qualche difetto, legato anche ai tempi molto stretti della sua pubblicazione, “Pinocchio 2112” è un romanzo con “un’anima”, se così posso dire. E il personaggio di Angelo, il “cercatore di libri”, mi è rimasto dentro.

 Il riscontro con i lettori è soddisfacente?

Non fingerò di avere alle spalle significativi successi di vendite, perché mi sentirei ridicolo. Gli esordienti che pubblicano con le piccole case editrici sanno che possono ritenersi soddisfatti se riescono a vendere 200 0 300 copie del loro libro. Molto spesso l’esordiente, specie se la casa editrice non è molto seria, vende solo le copie che lui stesso smista tra amici e parenti e neanche una copia in libreria.
Gli esordienti che riescono a vendere nell’ordine delle migliaia di copie con un piccolo editore sono rarissimi e possono vantarsi a ragione di essere dei “casi editoriali”. D’altronde anche una buona fetta degli esordienti che pubblicano con le grosse case editrici, laddove non sono sostenuti da forti campagne promozionali, non arrivano neppure vicino a esaurire la prima tiratura del loro libro (le fatidiche 5000 copie).
Diciamo che sono abbastanza soddisfatto delle vendite dei primi due romanzi che, pur restando nell’ordine delle centinaia, sono un po’ sopra alla media, e che spero che “Nebbie”, in quanto ebook e in quanto pubblicato da un editore importante, possa girare in misura superiore, regalandomi dei lettori in più.
Esaurito il discorso “numeri”, il gradimento sembra buono. “Pinocchio 2112”, per esempio, ha collezionato diverse recensioni positive in rete (basta cercare un po’ con Google), e il giudizio medio dei lettori di Anobii è attualmente di 4 stelle per tutti e tre i romanzi. Quest’ultima è una cosa a cui tengo particolarmente.

Si dice che gli scrittori trasferiscano sui protagonisti dei propri romanzi alcuni tratti caratteristici della propria personalità; c’è un personaggio al quale ti senti maggiormente vicino?

E’ inevitabile lasciar scivolare qualcosa di sé nei personaggi che si mettono su carta. Non nel senso che pensino e agiscano come l’autore (questo è un approccio che ogni autore appena un po’ scafato è in grado di evitare, dando vita a personaggi autonomi e non a sue banali riproduzioni), ma nel senso che anche un personaggio apparentemente molto diverso dall’autore può parlare di lui. Pensiamo, per fare un esempio banale, a un personaggio costruito con una serie di caratteristiche che l’autore odia, che gli danno fastidio. Per assurdo, quasi a sua insaputa, può rappresentare un suo doppio negativo.
Il protagonista di “Pinocchio 2112” assomiglia più a quello che vorrei essere che a quello che sono. Il protagonista di “Luisa ha le tette grosse” è schiacciato da un’amarezza e da un senso di sconfitta che non mi appartengono. Però nella frustrazione che avvelena la sua vita si sente sicuramente un’eco della frustrazione che vivevo nel periodo in cui ho scritto il romanzo; un periodo in cui avevo cominciato a proporre i miei romanzi alle case editrici, senza esito. A ben vedere, nonostante le vicende narrate siano (per fortuna) lontane dalle mie esperienze di vita, anche Elena, la protagonista di “Nebbie”, sul piano psicologico ha più di una sfumatura in comune con me.

Hai dei modelli letterari a cui ti ispiri o sei homo faber fortunae suae?

Ho autori che amo moltissimo e da cui spero di avere imparato qualche cosa. Ma non dei veri modelli. Non penso sia una forma di presunzione. Mi sembra piuttosto buon senso. Il lettore con un minimo di “occhio” individua presto gli scrittori che si rifanno troppo a dei modelli, che percorrono strade troppo conosciute, e li sente istintivamente come poco interessanti. Meglio allora rischiare di sbagliare in proprio.

Quello dell’editoria è un tema molto a cuore agli scrittori a cui piacerebbe esordire con i propri scritti. A quanto ho letto, mi pare di capire che anche per te non è stata un’impresa facile accostarsi ad una casa editrice seria. Ci racconti il tuo iter?

Ho cominciato a scrivere con un minimo di regolarità negli anni delle superiori. Un fiume di poesie e alcuni romanzi-polpettone, terribili, a scusante dei quali ho solo la mia giovane età. Intorno ai vent’anni ho smesso di provare a scrivere romanzi (per i quali non ero assolutamente pronto) e mi sono concentrato sui racconti. Una grande palestra per acquisire i ferri del mestiere.
Ho cominciato a partecipare ai concorsi letterari e quasi subito ho avuto dei risultati. Non si trattava di premi letterari di gran valore, ma mi hanno dato la voglia di continuare a scrivere.

E l’unico modo per imparare a scrivere è… scrivere, appunto.

Negli anni dell’università ci sono stati altri premi e la pubblicazione dei primi racconti in raccolte di autori esordienti editi da piccole case editrici. Pian piano nella mia congenita insicurezza si è insinuato il tarlo che, forse, un po’ di talento c’era.
Intorno alla trentina mi sono sentito pronto a affrontare di nuovo, questa volta con maggiori mezzi, il “passo lungo” del romanzo. La prima stesura di “Nebbie”, per esempio, risale al 1998/1999. Poi c’è stata una seconda stesura nel 2004 con la quale sono arrivato tra i tre finalisti di un premio che oggi è scomparso, ma che ha avuto un bellissima tradizione: il Premio Palazzo al Bosco. Già in quella occasione “Nebbie” andò a un passo dalla pubblicazione con Marsilio Editore.
Tra il 2005 e il 2008 ho cominciato a mandare i miei romanzi in visione alle case editrici. Collezionando i miei bei rifiuti (o la totale indifferenza senza nemmeno una risposta) dalle case editrici grosse e una serie di proposte di pubblicazione “a pagamento” da molte case editrici piccole. Che ho rifiutato. Fino all’incontro nel 2009 con Leone Editore, al quale avevo mandato una versione ancora un po’ acerba di un romanzo in cui credevo e che gli è piaciuto. Ho firmato un vero contratto editoriale, ho lavorato, in tempi molto stretti con un editor molto bravo, e per il mio quarantaquattresimo compleanno mi sono regalato la gioia di vedere “Pinocchio 2112” in giro per oltre 200 librerie in tutta Italia.
Di Leone Editore sono soddisfatto; si è dimostrato un editore corretto e professionale, che beneficia tra l’altro di un’ottima distribuzione (la PDE, il distributore della Feltrinelli, per capirci).
A luglio 2011 ho pubblicato, sempre con Leone Editore, “Luisa ha le tette grosse” e pochi mesi dopo, a settembre, è arrivata la notizia che “Nebbie” era tra i 30 vincitori del concorso “Io scrittore”. Per arrivare ad aprile di quest’anno alla pubblicazione in formato ebook di “Nebbie” con la Mauri Spagnol.

Editoria a pagamento sì, editoria a pagamento no?

Editoria a pagamento no.

Non solo la trovo sbagliata in linea di principio ma, nella stragrande maggioranza dei casi, si risolve in un vicolo cieco nel quale lo scrittore viene abbandonato dall’editore, che ha già realizzato il suo guadagno. Meglio allora l’auto-pubblicazione, sulla quale pure ho delle perplessità, ma che, per lo meno, ha costi molto più contenuti.
E’ fondamentale che passi nei giovani autori il concetto che lo scopo non è essere pubblicati, ma essere letti. Non significa nulla avere (a ogni costo) un libro col proprio nome stampato in copertina, se poi non lo legge praticamente nessuno.

Lo staff di Elasticamente ti ringrazia per la tua disponibilità. Ciao, e in bocca al lupo!

Un grazie a voi per il vostro interessamento e a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di arrivare in fondo a questa intervista.

Buone letture a tutti.

La sovrana lettrice, Alan Bennett

“La sovrana lettrice”, Alan Bennett, Adelphi

La sovrana lettrice di Alan Bennett narra le vicende improbabili di un’ancora più improbabile Regina di Inghilterra, la quale ormai ultra settantenne scopre per caso il suo interesse – che poi si trasformerà in vera e propria passione – per la lettura. Trovatasi casualmente nella biblioteca ambulante del distretto di Westminster e non volendo essere scortese, la Regina si scopre a prendere in prestito un libro. Questo sarà solo l’inizio di un profondo amore per la lettura – lei che al più dimostrava interesse per le cose, non lo provava – che la porterà a rivedere le proprie priorità, ogni minuto libero, e anche molti di quelli non liberi, saranno dedicati a quest’attività che a fianco dei piaceri non mancherà di portare anche il biasimo di coloro che la circondano.

Protagonista di questo breve romanzo è la lettura, intesa nel suo senso più rivoluzionario, quella lettura capace di scardinare tradizioni, costumi, etichette e buone maniere che persistono invariati da più di 50 anni. Il libro si configura come un unico grande climax di 95 pagine, in cui il processo che va gradualmente ad intensificarsi è l’interesse per la lettura da parte della Regina, che culminerà in conclusione in un finale inaspettato e degno del romanzo. E’ così che questa immaginaria Regina Elisabetta II comincerà, poco alla volta, a diventare più “umana”, nel senso di capace di immedesimarsi nelle persone, soprattutto in quelle di classe sociale inferiore, e di capirne finalmente gli stati d’animo. Saranno i libri e la lettura, che come un muscolo dev’essere allenata, a fare della sovrana una persona, nel vero senso del termine, non di certo gli autori, i quali vengono presentati come arroganti e supponenti snob: molto meglio continuare a immaginarli tra le pagine dei libri, come i loro personaggi. L’ironia della scrittura piacevolmente british di Bennett si adatta perfettamente alle vicende del romanzo e riesce nella pressoché impossibile impresa di far immedesimare il lettore con questa lontanissima e quasi mitologica figura, quale è quella della Regina.

Middlesex, Jeffrey Eugenides

"Middlesex", Jeffrey Eugenides, Mondadori, 2002

Vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 2003, Middlesex di Jeffrey Eugenides narra la bizzarra storia di Calliope Stephanides, soprannominata dapprima Callie e in seguito Cal. Sì, perché Calliope è un ermafrodito cresciuto come una femmina, e che si scopre tale solamente con l’inizio della pubertà e con le conseguenti tempeste ormonali, che plasmeranno l’aggraziato e ammirato corpo di bambina in un più alto e dinoccolato corpo di ragazzo. Ma quello che sembra essere il semplice racconto di un individuo si rivela, al contrario, una vera e propria saga familiare, durante la quale si ripercorrono le simpatiche e talvolta stravaganti gesta della famiglia Stephanides, le quali fanno da sfondo agli amori poco ortodossi degli avi della protagonista. E furono proprio queste passioni a determinare l’incontro tra le due coppie del medesimo gene modificato, causa nefasta di tutti i guai di Calliope. È quest’ultima che, a soli quindici anni, dovrà decidere se rimanere Callie, mantenendo le certezze finora acquisite e soprattutto preservando quelle dei suoi genitori, oppure diventare Cal, quello che forse è sempre stata, sconvolgendo per sempre la sua vita e quella di chi le sta accanto.

Middlesex è il giusto connubio tra una trama complessa e impegnativa dal punto di vista contenutistico e un linguaggio lineare, scorrevole e spesso ironico. La freschezza e la delicatezza del linguaggio rendono, dunque, leggero il racconto, pur non cadendo mai nella banalità del sentimentalismo e dei luoghi comuni. Attraverso la complessa storia famigliare Eugenides vuole narrare la non meno complessa storia genetica della protagonista. Ed è la protagonista stessa, in prima persona, spaziando tra presente e passato, a raccontare le sue vicende, rendendo perfettamente conto delle sensazioni, dei cambiamenti e dei pensieri che si sono susseguiti. Il punto di forza del romanzo è proprio questa capacità dell’autore di immedesimarsi completamente nella sua protagonista, permettendo così al lettore di sentire quest’ultima più vera, più autentica.

Uno studio in rosso, Arthur Conan Doyle

"Uno studio in rosso", Arthur Conan Doyle, Mondadori

Primo tra i romanzi di Arthur Conan Doyle con protagonista il famoso investigatore privato Sherlock Holmes, Uno studio in rosso è un giallo davvero ben congegnato. Raccontato in prima persona da Watson, il libro inizia con il casuale e fortuito incontro tra Sherlock Holmes e il dottor Watson, i quali si ritroveranno a condividere il medesimo appartamento e a dividerne le spese. La personalità eccentrica e impetuosa di Holmes intrappolerà in una rete di curiosità quello che diventerà il suo più fidato collaboratore, coinvolgendolo nelle indagini del caso cui Holmes sta lavorando. Il cadavere di un tedesco è stato ritrovato in una casa disabitata, il corpo non presenta ferite ma è ricoperto di sangue: questo il misterioso e intricato assassinio di cui i protagonisti dovranno tirare le fila.

Il romanzo è suddiviso in due parti: nella prima veniamo a conoscenza dei fatti e, attraverso i tortuosi e – a primo acchito – indecifrabili percorsi cui Sherlock Holmes ci conduce, scopriamo chi è il colpevole; nella seconda parte è narrata la vicenda che ha portato all’omicidio, e viene spiegato il filo conduttore dei ragionamenti del detective che hanno portato alla cattura dell’assassino.
La chiave di volta del romanzo di Doyle è certamente la figura del protagonista, senza la quale il libro risulterebbe un giallo piacevole e nulla più. La personalità travolgente e sopra le righe di Sherlock Holmes è ciò che tiene il lettore con il naso incollato al libro. Interessante è la spiegazione che il protagonista stesso fa del suo metodo di lavoro; egli, infatti, individua due caratteristiche che un buon investigatore deve possedere: l’osservazione e la deduzione. Una non implica l’altra e una non può prescindere dall’altra. È solo mediante un’accurata osservazione dei fatti e delle prove – senza macchiarsi di inutili e dannosi preconcetti – e l’applicazione meticolosa dell’analisi logica, caratteristica peculiare di Holmes, che anche il caso all’apparenza più complesso risulta essere di una semplicità disarmante, tanto da far esclamare più volte il protagonista: “Elementare, Watson!”.

Sabato, Ian McEwan

“Sabato”, Ian McEwan, Einaudi

Sabato di McEwan è ambientato in una Londra qualunque in un comunissimo sabato qualunque di un qualunque anno dopo l’11 Settembre 2001, e come protagonista ha Henry Perowne, un neurochirurgo qualunque. L’autore ci narra di come il protagonista trascorra queste 24 ore, nelle quali eventi quotidiani e ripetitivi danno vita a tante piccole sequenze di causa ed effetto che porteranno all’anomalo e inaspettato epilogo. Ma i fatti all’apparenza banali di cui si compone il Sabato di Henry Perowne non sono solo questo, essi servono da espediente per consentire a McEwan di riflettere intorno ai rapporti familiari e sociali di questo uomo come tanti – all’apparenza idilliaci ma che nascondono le incrinature tipiche di ogni relazione interpersonale – che si rivelano insicuri e in precario equilibrio, e che altro non sono se non lo specchio dell’insicurezza e della paura che l’attentato dell’11 Settembre ha radicato nell’animo – e di conseguenza nelle azioni – di tutti gli Occidentali, sempre all’erta e pronti alla catastrofe.
Ciò che però alla fine metterà in pericolo il delicato equilibrio dell’idilliaca famiglia borghese del neurochirurgo – composta da una bella e devota moglie e da due intelligenti e promettenti figli – non sarà il preannunciato attacco terroristico, ma un male molto più comune e vicino alla sua realtà.

Il romanzo può apparire ai più come noioso e prolisso, condito da interminabili e poco interessanti descrizioni di neurochirurgia che non fanno che appesantire la narrazione, e più volte caratterizzato da momenti di stasi in cui la trama non procede e lascia spazio a tediosi pensieri del protagonista fini a se stessi. La verità è che dietro alle importanti e delicate tematiche di cui si occupa McEwan in questo libro, il vero protagonista del romanzo è la prosa dell’autore. Certo, questo può sembrare un mero esercizio in cui l’autore voglia sfoggiare il proprio stile: ma che stile! La prosa è talmente ben congegnata e si adatta in modo talmente preciso agli innumerevoli dettagli della giornata del protagonista, che ogni parola appare al proprio posto, nulla è di troppo e persino le descrizioni relative alla professione di Henry Perowne risultano piacevoli. A mano a mano che la narrazione procede ci accorgiamo di desiderare la minuzia di particolari che McEwan utilizza e ci lasciamo trasportare dallo stile labirintico e coinvolgente cui l’autore ci ha abituati.

Satori, Don Winslow

"Satori", Don Winslow, Bompiani, 2012

Satori di Don Winslow è a tutti gli effetti il prequel di Shibumi, best seller internazionale scritto da Trevanian nel 1979. Winslow, in un interessante introduzione al romanzo, specifica come l’idea di scrivere un antefatto alla vicenda di Nikolaj Hel – protagonista di Shibumi – sia scaturita dalla grande ammirazione per lo scrittore americano (scomparso nel 2005) e dall’entusiasmo che caratterizzò la lettura del libro trent’anni or sono.

Nikolaj Hel, esperto nell’arte di uccidere a mani nude – l’hoda kurosu – e campione di Go – noto gioco di abilità orientale – viene scarcerato dalla CIA con il compito di uccidere Juri Vorosenin , Alto Commissario russo di stanza in Cina. Per assolvere all’arduo compito, il giovane è costretto a seguire una sorta di corso preparatorio, per diventare in tutto e per tutto un francese, dall’abbigliamento all’alimentazione, passando per le abitudini e, soprattutto, la lingua e i modi di fare; compito di prepararlo spetterà ad una prostituta d’alto borgo, del quale finirà per innamorarsi.

L’autore è in grado di strutturare in modo fine ed articolato il proprio romanzo, riuscendo ad equilibrare in modo convincente il pathos dell’azione e degli intrighi internazionali e le vicende di sfondo, legate alle infatuazioni amorose e ai complicati e spesso dubbi rapporti di lavoro ed amicizia. La psicologia dei personaggi, tratteggiata con scrupolo, non è fine a se stessa, ma è essenziale per calare i caratteri stessi all’interno della narrazione, cogliendone degli aspetti fondamentali per la comprensione della vicenda. I rapporti tra i protagonisti del romanzo sono paragonabili ad una complicata partita di Go, dove lo spostamento di una pedina nell’una o nell’altra posizione è in grado di spostare gli equilibri in maniera decisiva ed irreversibile; i personaggi vengono quindi a trovarsi di fronte a delle scelte complesse, l’allontanamento dalle quali dipende dal caso o dall’opportunità.

La scrittura adottata da Don Winslow è modulata su due registri stilistici differenti: nei punti in cui vuole far prevalere i pensieri più profondi ed intimi dei personaggi, opta per una prosa fine ed articolata – sebbene mai artificiosa – mentre sceglie una narrazione dialogica e piuttosto rapida per far proseguire la vicenda. Curiosa la scelta di realizzare dei capitoli brevissimi, di poche righe, nei momenti cruciali del romanzo, per focalizzare l’attenzione del lettore sui diversi punti di svolta della storia raccontata.