Theodor W. Adorno

Theodor W. Adorno

Ciò che mi propongo di fare qui è analizzare le principali caratteristiche della teoria critica e della teoria estetica di Theodor W. Adorno in vista di un’analisi dell’industria culturale, per mostrare la loro interdipendenza.

Per quanto riguarda la teoria critica è necessario evidenziare la sua interdisciplinarità. Essa venne sviluppata da studiosi di molteplici discipline (sociologia, economia, filosofia etc.), i quali, nel 1923, si unirono formando la cosiddetta Scuola di Francoforte. L’obiettivo di quest’ultima, in special modo di Adorno, era quello di demistificare i regimi totalitaristi mascherati da liberalisti, qual era quello americano. Il metodo utilizzato dal filosofo francofono è quello dialettico negativo, che presuppone un netto rifiuto del pensiero positivo, cioè dell’accettazione passiva dello status quo, la quale comporta un atteggiamento fatalista nei confronti della sottomissione dell’uomo alla società.

La società di cui parla Adorno è quella dell’industria culturale. Per contrastare la passività in cui la società attuale ci getta, dobbiamo prima capire come essa agisca. È opportuno evidenziare come l’unico fine dell’industria culturale sia quello capitalistico del profitto. In vista di ciò l’individuo viene ridotto a mero consumatore, e i prodotti a semplici mezzi. Questi ultimi, infatti, sono defraudati del loro carattere culturale, di modo da essere resi più accessibili e comprensibili a tutti i consumatori. L’individuo, a sua volta, è vittima di una duplice truffa. L’industria culturale, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, gli impone delle standardizzazioni, dei cliché, che determinano nel soggetto un senso di insoddisfazione dato dal fatto che non vi appartiene. L’industria culturale, dunque, crea dei bisogni fittizi (prima truffa) e fa credere al consumatore di poterli soddisfare, cosa che non farà mai (seconda truffa). Quest’ultima illusione viene creata dall’industria culturale attraverso la cosiddetta “differenziazione”. La caratteristica principale dei prodotti, che sono realizzati in serie, è quella dell’omogeneità. L’industria culturale deve, dunque, applicare una fittizia differenziazione, così che il consumatore abbia l’illusione di scegliere e di possedere un’individualità. Al contrario, è ormai chiaro, che la libertà del soggetto è solo l’ennesima illusione creata ad hoc dall’industria culturale.

Il potere dell’industria culturale agisce anche sull’arte, nei confronti della quale si compie un duplice tradimento. Da un lato, essa viene paragonata allo svago, assume la forma di puro divertimento. In questo senso l’opera d’arte viene reificata, diventa cosa tra cose. Dall’altro lato, il soggetto impone la propria interpretazione all’opera d’arte. Ma non è questo il modo autentico di concepirla. L’opera d’arte deve essere autonoma, non deve sottostare ai bisogni dell’individuo. La sua autonomia consiste nella forma, che è sempre la medesima in tutte le epoche storiche. Ciò che invece muta è il suo contenuto, che altro non è che il rimosso della società, cioè il carattere contradditorio, l’a-concettuale, il non-identico, che sono fondamento della realtà.

È nell’arte, che rimarrà pur sempre utopia, che Adorno intravede uno spiraglio per uscire dall’industria culturale. L’arte deve essere concepita come resistenza. Ma il rischio di venire riassorbita nella società è altissimo, per questo l’arte deve essere resistenza continua, senza sosta. Quali sono, al tempo di Adorno, le forme d’arte che resistono? In primo luogo, la musica dell’amico Schoenberg, che crea dissonanze (termine che darà il titolo a un’importante opera di Adorno), mostrando come l’armonia della società sia solo apparente; in secondo luogo, il teatro di Beckett, nel quale viene rappresentata la passività dell’uomo.

L’arte fa un passo in più rispetto alla filosofia, nonostante rimangano entrambe utopiche. La filosofia agisce per concetti e dunque non può cogliere ciò che di a-concettuale c’è nell’esistenza. L’arte, invece, riesce a rappresentare le contrapposizioni, non però armonizzandole, ma mantenendole in tensione. L’arte riesce, dunque, a rappresentare il fondo a-concettuale della realtà, ma rimane comunque incapace di conoscerlo. In questo sta il suo carattere utopico. Come dice Adorno: “l’arte è una promessa che non viene mai mantenuta, perché è una promessa di felicità.”

immagine tratta da antoniofloccari.blogspot.com

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