Il misantropo

È attraverso il Misantropo che Molière muove una critica non troppo garbata alla società del suo tempo.  Apprezzata a corte, l’opera pare volesse essere censurata in qualche dettaglio dai reali francesi, poiché alcuni particolari sembravano “indegni di un’opera così bella”. Non è azzardato affermare che, sotto le spoglie di Alceste – protagonista della commedia – si possa ravvisare la figura di Molière stesso, mai avido nel bollare la società a lui contemporanea.

In una sinossi priva di grandi stravolgimenti, molto piatta e a tratti scontata, ciò che emerge, e probabilmente era proprio questo l’intento del commediografo, è la figura quanto mai scontrosa del protagonista. Nei comportamenti amichevoli dei membri dell’alta società intravede un “buon viso a cattivo gioco”, un escamotage per avere sicuri appoggi tra chi conta, senza reputare come valore la sincerità. Vede con odio i finti amici e i necessari convenevoli propri delle corti, preferendo una buona dose di franchezza  alle menzogne e all’ipocrisia. Chiunque bussi alla sua porta, siano marchesi o altri “signoroni”, pare essere caratterizzato da quello stesso sistema viziato di valori per cui preferirebbe impiccarsi piuttosto di macchiarsene.

Incapace di mentire al prossimo, ossessionato dal dover dire a tutti i costi ciò che veramente pensa, Alceste pare però mentire a se stesso nel campo degli affetti; innamorato della giovane vedova Selimene, cerca in ogni modo di non prestare attenzione alle voci maligne sul suo conto, e pur seccato per i comportamenti non certo ortodossi della futura moglie, non è in grado di porre fine al loro rapporto. Anche una volta colta in fallo, proprio davanti alla prova tangibile della sua scarsa serietà, il protagonista non sa agire nel rispetto di se stesso, cercando un compromesso alla situazione.

Coinvolto in un processo di cui non si fa grande menzione, protagonista di un intrigo di corte ancor meno precisato, ma soprattutto tradito in ultima istanza dalla donna amata, Alceste decide di abbandonare quel “baratro in cui trionfano i vizi”, alla ricerca di “un angolo lontano, dove sia possibile l’onestà ad un essere umano”.

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