Trilogia di New York

"Trilogia di New York", Paul Auster, Einaudi, 1998

Un trittico di romanzi, probabilmente un unico racconto di vita. Auster in Trilogia di New York adotta un personalissimo gioco di sdoppiatura-sintesi  dell’Io. In una New York vista con occhi disincantati, si verificano, e forse si intrecciano, delle vicende al limite del surreale, imperniate su indagini, pedinamenti e ricerche di se stessi.
C’è chi, come Daniel Quinn in La città di vetro, è “volontariamente costretto” a cambiare la propria identità, a cercare delle risposte sotto mentite spoglie, ad indagare su uno strano caso di ricerca di un nuovo linguaggio, oltre che a difendere, a discapito della propria vita sociale e della propria salute, l’incolumità di un ormai cresciuto bambino vittima di sevizie.
In Fantasmi è l’investigatore – assunto senza troppe spiegazioni circa il caso da seguire – a ritrovarsi irrimediabilmente spiato e controllato. Non è importante avere un nome o un cognome, ci si può tranquillamente identificare in un colore e abbandonare la vita, per ritrovare la propria esperienza in qualcun altro, in un fantasma di se stessi.
La stanza chiusa
funge da glossa inevitabile, tira le somme di un unico percorso; il tutto supportato dal ritorno di nomi già presenti nei precedenti romanzi. Le identità prima separate, quelle di chi indaga e di chi si sente spiato, finiscono per convergere, per fondersi in un’unica soluzione. Accade così che il protagonista si immedesimi a tal punto in un suo amico scomparso, da impossessarsi della sua vita, da sposarne la moglie e divenire il padre di suo figlio. Ma non basta, deve unirsi in un perverso gioco alla madre, per recuperare le radici del suo nuovo essere prima, e distaccarsi brutalmente da esso poi.

Paul Auster, con la sua scrittura limpida ed immediata, conduce il lettore attraverso un’analisi attenta della psiche umana; evidenzia le paure e i tormenti dell’uomo, la difficoltà nell’avere la consapevolezza della propria identità e la costante ricerca di sé nell’altro.

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