"Il Signore delle mosche", William Golding

Il Signore delle mosche, scritto nel 1954 da William Golding, è molto importante dal punto di vista filosofico perché è, tra i romanzi, l’emblema di una concezione pessimistica della natura umana. A causa di un incidente aereo un gruppo di bambini di età differenti, non superiori ai dodici anni, si ritrova a dover sopravvivere in un’isola deserta senza l’aiuto di alcun adulto. Inizialmente, presi dalla foga di essere liberi da qualsiasi vincolo, le cose sembrano andare per il verso giusto; arrivano persino a organizzarsi di modo che ognuno abbia il proprio compito all’interno della micro-società che si è andata a creare. Poco per volta, però, la situazione precipiterà, a dimostrazione del fatto che la natura umana è intrinsecamente malvagia.

A dispetto di Rousseau e della sua visione dell’uomo naturalmente buono, Golding ci propone la concezione diametralmente opposta. I bambini sono incapaci, a lungo andare, di seguire le regole che si sono autoimposti. L’unità si sgretolerà, si verranno a creare due fazioni: da una parte, troviamo la quasi totalità dei bambini, che spinti dal desiderio di non sottostare a regole, si abbandoneranno alla vita selvatica, fondata su rituali mistici, volti ad allontanare una fantomatica creatura, conosciuta come “bestia”; dall’altra, rimangono i pochi superstiti di una società ormai inesistente. Paure irrazionali assalgono, dunque, i bambini, convinti che nel bosco viva una terribile bestia. Rituali magici, finalizzati ad allontanarla, portano i bambini ad un tale stato di eccitazione che l’unico di loro capace di smentire tale credenza è brutalmente assassinato durante uno di essi. I pochi di loro che rimangono ancorati a un barlume di razionalità vengono tacciati come nemici, fino ad arrivare ad una vera e propria caccia all’uomo.

In modo non troppo metaforico, Golding ci mostra come la società non sia altro che un artificio, al contrario di Rousseau che la definisce una necessità umana. Gli unici a necessitare l’uomo sono, per l’autore, solo i bisogni naturali e per soddisfarli l’uomo non è portato affatto alla collaborazione, ma piuttosto all’aggregazione, a fare branco, perché come è noto “vince il più forte”. Ciò che nel romanzo maggiormente angoscia, nel vero senso del termine, è che autori di queste brutalità sono bambini, che da sempre sono considerati innocenti e incapaci di creare dolore. Qui diventano simbolo di una natura irrimediabilmente corrotta, in quanto strutturalmente malvagia. Se persino dei bambini sono capaci di tali orrori, che speranza rimane? È lo stesso Golding a fornirci una suggestiva immagine che sintetizzi la sua concezione: “L’uomo produce il male, come le api producono il miele”

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