"1984", George Orwell, Mondadori, 2005

1984 è considerato, a ragione, il simbolo di quella sottocategoria della letteratura, conosciuta come utopica. Orwell, nel suo romanzo più importante, descrive un futuro prossimo in cui le vite degli uomini sono controllate sotto ogni aspetto dal Partito, a capo del quale vi è l’emblematica figura del Grande Fratello. Quest’ultimo non è mai stato visto, ma la sua immagine, e con essa l’autorità che emana, troneggia sotto forma di cartellone su tutte le strade, sottolineando a lettere cubitali “Il Grande Fratello ti vede” .

È sotto lo slogan “la guerra è pace, la schiavitù è libertà, l’ignoranza è forza” che si dipana la vicenda di Winston Smith. Il protagonista ci viene presentato immediatamente come una speranza, uno dei pochi ancora capace di resistere al cosiddetto bipensiero, la capacità cioè di accettare, senza ribellarsi, la realtà del Partito così come esso la propone. Affiancato ed esortato dall’amata Julie, Winston entrerà a far parte del movimento rivoluzionario contro la società totalitarista che lo circonda. Gli ideali di opposizione e libertà verranno ben presto sgretolati: il Partito catturerà Winston e lo costringerà a tradire la compagna, accettando, così, di far parte della società del Grande Fratello. Dopo parecchi giorni di resistenza, il protagonista è costretto a cedere alla forza neutralizzante e totalizzante del Partito, arrivando ad affermare che 2+2=5, perché 2+2 è uguale a ciò che il Partito dice che sia uguale, in quanto non è più una questione matematica, ma solamente politica. Ciò che il Partito decide è legge e deve essere accettato come tale senza accusare il cambiamento, come se fosse naturale.

Il finale è, dunque, un presagio a dir poco funesto. Se pensiamo che il titolo del romanzo, inizialmente, doveva essere “l’ultimo uomo”, comprendiamo immediatamente che le intenzioni dell’autore erano tutt’altro fuorché instillare la speranza negli uomini del suo tempo. Ancor meno fiduciosi siamo noi, lettori del XXI secolo, che in un romanzo del 1947 vediamo preannunciate gran parte delle caratteristiche della società odierna. Nell’utopica società orwelliana, le alterazioni dei vecchi articoli di giornale al fine di farli risultare coerenti con i fatti successivi, ci ricordano l’attuale censura giornalistica, in quanto entrambe sono volte a mantenere lo status quo. Un’altra somiglianza è rinvenibile nella neolingua di Orwell, che non è altro che la riduzione del linguaggio a termini sempre più semplici, di modo da rendere gli individui incapaci di formulare un pensiero critico. Analogamente, negli ultimi anni, i dizionari sono stati ampliati con parole derivanti dal gergo giovanile, spesso originate da abbreviazioni di termini esistenti, e propagandate dai mezzi di comunicazione di massa. Sembra, dunque, che meno una persona si sforzi di parlare correttamente, meno sia pericolosa per la società. Come impariamo ben presto dal romanzo, “Il potere non è un mezzo, è un fine. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere.”

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