"Non buttiamoci giù", Nick Hornby, Guanda, 2010

Un presentatore televisivo processato per pedofilia; una donna di mezza età la cui vita gira esclusivamente intorno al figlio disabile; una diciottenne in piena crisi adolescenziale; un ragazzo americano, musicista fallito, che ha perso tutte le certezze e i punti fermi. Cosa li accomuna? Il desiderio di farla finita. È con grande ironia che Hornby ci conduce sul tetto della Casa dei Suicidi, nota appunto per essere il luogo prediletto dai disperati, dove, poco per volta, entreranno in scena i quattro protagonisti, tanto decisi a suicidarsi, quanto facilmente convincibili a desistere temporaneamente. Nascerà un’improbabile “gang” di personaggi così eterogenei da farne sembrare impensabile la convivenza. Ma in fin dei conti, chi ci conosce più a fondo di coloro che sanno le motivazioni del nostro suicidio?

La narrazione è priva di grandi descrizioni, lasciando spazio ai pensieri, le sensazioni e le emozioni dei protagonisti. Sono i personaggi stessi a narrare la storia, si alternano quattro punti di vista diversi che ci permettono di comprendere quattro personalità e le relative angosce. A questo si accompagna la straordinaria bravura dell’autore di cambiare registro linguistico a seconda del personaggio. Forse è proprio grazie alla narrazione in prima persona, e alla focalizzazione sui soggetti che immedesimarsi non è così difficile. I loro problemi sono talmente comuni e comprensibili, e i loro punti di vista sono a tal punto reali che è inevitabile rivedersi in alcune caratteristiche dei protagonisti.

L’autore mette in piazza le debolezze umane con un’ironia talmente dissacrante che il lettore alterna momenti di commozione e tristezza ad altri di esilarante divertimento. Talvolta le due sensazioni si sovrappongono addirittura, e siamo portati a chiederci come sia possibile ridere a crepapelle di situazioni tragiche che recepiamo come interamente nostre e vere.

Poco per volta, i protagonisti si renderanno conto dell’importanza che essi hanno l’uno per l’altro, della forza che l’essere gruppo trasmette. Comprenderanno che chi vuole suicidarsi lo fa, non vi rinuncia. E allora la loro forse non era voglia di morire, ma un’eccessiva voglia di vivere, perché quando si ama a tal punto la vita, ogni fallimento lacera.

Annunci