"Il Gattopardo, Tomasi di Lampedusa, Mondadori

Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è quello che si può definire il ritratto analitico del declino rapido e funesto di un’importante casata principesca siciliana: i Salina. Il progressivo disgregarsi della fortuna della famiglia è visto tramite gli occhi dell’imponente e bonario Don Fabrizio – la cui figura è spesso associata per analogia a quella del gattopardo danzante, simbolo della casata – diviso tra i suoi ideali, conservatori e monarchici, e quelli rivoluzionari del suo pupillo, il nipote prediletto Tancredi, da prima tenente garibaldino (camicia rossa) e poi sottotenente dell’esercito del nuovo Regno d’Italia.
È proprio il rapporto tra i due il filo rosso che conduce il lettore nella narrazione che, a conti fatti, è molto scarna e priva di rilievo. Il giovane Tancredi, oppositore del regno borbonico, diviene simbolo del Risorgimento italiano e, pur rimanendo in ottimi rapporti con lo zio, finisce per essere una delle cause del declino della casata: la sconfitta inferta alla monarchia, e con essa il nuovo governo, penalizza il ceto aristocratico, favorendo quello borghese. Lo stesso Tancredi, ironia della sorte, sposa la bellissima Angelica, figlia di Calogero Sedàra, esponente di rilievo dei nuovi “arricchiti” della società, e, pur nei suoi modi rozzi, contendente allo scettro di persona più ricca e influente, insieme a Fabrizio Salina.

Con un rapido excursus, l’autore ci porta a conoscere le sorti della famiglia nel ventennio successivo. L’invecchiamento veloce del Principe e delle sue dimore a Donnafugata, i malori e gli svenimenti, fino ad una morte “angelica”: una donna vestita in marrone che lo conduce al di là della vita, oltre i disagi e le preoccupazioni. La fine dell’importanza dei Salina coincide con quella del capofamiglia, colui che impersonava, con evidente carisma, la sicilianità di fine ottocento. Un’epopea cominciata male e finita peggio, con un unico ed essenziale vincitore morale.

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