"La famiglia Winshaw", Jonathan Coe, Feltrinelli

“Dittico letterario” di grande spessore quello proposto da Jonathan Coe con il suo La famiglia Winshaw. Il libro che ha portato alla ribalta lo scrittore inglese sa entusiasmare il lettore, conducendolo attraverso gli imbrogli e le frodi di una potentissima famiglia di magnati, privi di scrupoli e di moralità. Tra le pagine del romanzo pare cogliersi una trama cinematografica che, attraverso l’abile regia dell’autore, è in grado di intrecciare al meglio gli avvenimenti, di unire in un unico complesso narrare le vicende di potenti uomini e donne d’affari da una parte, e le poche pretese di uno scialbo medio cittadino, investigatore per caso e protagonista inconsapevole di una serie di macabre trame, dall’altra.

 Qual è il ruolo di Michael Owen, scrittoruncolo senza grosse pretese, abbandonatosi per molto al tedio della vita, prima di ritrovarsi, senza sapere come, coinvolto in una faccenda dai risvolti insospettabili? I suoi legami con i Winshaw risalgono, limitandosi a ciò, alla scrittura di una biografia destinata a celebrarne la grandezza; il tutto non si rivela che essere, però, uno strumento sofisticato per smascherare la famiglia, per cogliere il marcio e renderlo pubblicamente noto. E proprio sullo sfondo della narrazione si avverte un quadro attento e dettagliato di vita lasciva e dispendiosa, quasi l’autore, oltre a delineare un susseguirsi emozionante di vicende, volesse evidenziare le falle del sistema, presenti e visibili agli occhi di tutti nella società d’oggi.

 I riferimenti alla commedia-horror Sette allegri cadaveri (il titolo inglese del romanzo ricalca proprio quello originale del film) sono evidenti e fondamentali fin dall’inizio: il protagonista, vittima di un trauma infantile perverso nei confronti della pellicola, si ritrova a vivere una situazione speculare a quella interpretata da Kenneth Connor in compagnia della bella Shirley Eaton, se non la stessa. La vita reale va dunque a coincidere con il fantastico, si interseca e non si scinde fino alla fine della narrazione, quando tutto ha una soluzione apparente.

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