"La luna e sei soldi", W. Somerset Maugham, Adelphi, 2002

La luna e sei soldi di William Somerset Maugham cerca di ricalcare, senza darlo troppo a vedere – ma le somiglianze sono davvero marcate – la vita e il genio di Paul Gauiguin, la sua opera d’arte, che non è altro che la proiezione sensibile del suo mondo interiore.

Charles Strickland è un agente di borsa insoddisfatto, sposato da anni e con due figli, che sceglie di abbandonare tutto e tutti, per dedicarsi ad una passione innata, repressa per troppo tempo. Vuole vivere per dipingere. Vuole dipingere la propria vita. Dopo anni di miseria passati a Parigi (e dopo una breve parentesi a Marsiglia) decide di imbarcarsi per Tahiti, dove, fiero di vivere a contatto con la natura, si lascerà pian piano morire, non prima di aver realizzato ciò per cui si sentiva nato.

Il narratore, in terza persona, è una sorta di biografo, non fa altro che raccogliere nel tempo indizi sulla grandezza del protagonista. Lo segue sin da quando decise di abbandonare la moglie e i figli. Vive a Parigi all’epoca in cui anche Strickland l’abitava. Ripercorre, a distanza di anni, le sue tappe a Tahiti, cercando di raccogliere quante più notizie possibili circa il suo stile di vita, la sua opera, la malattia. Non lascia nulla per scontato.

All’inizio del suo percorso è proprio la moglie di Strickland a pregare di farlo rinsavire, di farlo tornare a casa. Compreso che ogni tentativo sarebbe vano, a causa della totale mancanza di sentimenti dell’uomo, non manca di informare la donna sulle condizioni di vita del marito, ogni qual volta ne abbia l’opportunità. La narrazione scorre liscia, e la lettura è molto piacevole. Lo stile piano di Maugham permette di godere appieno del romanzo che, nonostante l’apparente piattezza, è in grado di coinvolgere, di tenere il lettore costantemente sul filo dell’emozione. Senza cedimenti.

Annunci