Il postino suona sempre due volte di James M. Cain è un romanzo poliziesco, “hard-boiled”, breve ma incisivo, con uno stile di scrittura piana, il cui unico “virtuosismo” è l’eccedere frequentemente in un linguaggio colorito e realistico.

 Frank è un vagabondo che si ritrova, per caso e necessità, assunto in una tavola calda. Qui si innamora di Cora, compagna del “greco”, il datore di lavoro del ragazzo, del quale vogliono sbarazzarsi al più presto, inscenando un incidente. Fallito il primo tentativo, un piano ben congeniato da Frank finirà con l’uccidere l’uomo e far indagare proprio i due giovani amanti che, oltre ad uscirne puliti, intascheranno diecimila dollari da una compagnia assicurativa. La ruota della fortuna, però, clemente in questa macabra situazione, finirà per non girare più nel verso giusto per Frank e Cora.

 Reso celebre anche grazie a due trasposizioni cinematografiche, il romanzo di Cain non colpisce tanto per le linee generali della trama, che a ben vedere ricalcano quelle di altri romanzi dello stesso autore – infatuazione, piano diabolico, uccisione, riscossione dell’assicurazione – ma per i meccanismi sottili con cui tutti questi elementi vengono ricollegati l’uno all’altro.

Gli stessi dettagli della strategia di Frank sono studiati con grande perizia dall’autore, che sembra non aver lasciato nulla per scontato e – cosa più rimarchevole – è riuscito a formulare i vari passaggi del piano senza contraddizioni o situazioni inverosimili. E sta proprio qui, forse, la grandezza del romanzo.

 Stroncato dalla critica, l’autore venne bollato come amante di “cose complicate, esasperate, magari artificiose”, oltre che fautore del “barocchismo dell’orripilante”. Ma a ben vedere è proprio nel romanzo che vi è la smentita a tutto ciò. Con la sua visione di un mondo corrotto, privo di scrupoli, dove anche l’omicidio è contemplato come mezzo lecito, si è dimostrato profeta migliore dei suoi critici oppositori.

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