"Un gioco da bambini", J. G. Ballard, Feltrinelli,

Poco lontano da Londra è stato costruito un elitario e ultramoderno residence, chiamato Pangbourne Village. È il posto perfetto dove far crescere i propri figli, i genitori sono amorevoli e comprensivi, i ragazzini sono pieni di hobbies, educati e vanno bene a scuola. Cosa accadde allora il 25 Giugno 1988? Poco dopo le 8 di una calda mattina di prima estate tutti gli adulti presenti al villaggio vennero brutalmente uccisi. Di cosa gli assassini fecero ai figli non è cosa nota, perché questi ultimi sembrano essersi letteralmente volatizzati. Ma le cose non sono sempre come sembrano…

Ballard, in Un gioco da bambini, vuole analizzare aspetti della mente umana che, a primo impatto, possono apparire impensabili. Il Pangbourne Village si delinea come una microsocietà totalmente collegata da un avanzato sistema di controllo, persino i computer nelle abitazioni sono collegati fra loro, di modo che i vari componenti della famiglia possano comunicare in qualsiasi momento. I genitori ci vengono presentati come l’incarnazione dell’amore e dell’orgoglio per i figli. L’amore di un genitore può generare la follia del figlio? Quali sono le conseguenze di un regime basato totalmente sulla comprensione, l’adulazione e il rigido controllo delle telecamere è proprio ciò che l’autore si promette di mettere in luce nel romanzo. Sì perché, contrariamente all’opinione pubblica un figlio ha bisogno di essere sgridato se compie qualche gesto sconsiderato, di essere biasimato se necessario, altrimenti deve rifugiarsi in valvole di sfogo diverse, e non sempre sono quelle che ci aspettiamo. Nonostante, o forse proprio grazie all’esasperazione dei comportamenti di ribellione, Ballard riesce ad angosciare il lettore di fronte a giovani ragazzi che la troppa sensibilità ha finito per desensibilizzare.
L’unica pecca del romanzo è la sua brevità. Le 92 pagine di cui è composto non lasciano il minimo spazio all’introspezione dei personaggi, ma si limitano a poche considerazioni in merito al loro comportamento. Un’ottima idea, insomma, sviluppata, però in modo troppo sbrigativo; se avesse concesso maggior spazio ai dettagli e all’orchestrazione dell’intreccio, ne sarebbe emerso, a mio parere, un ottimo giallo innovativo, dai risvolti un po’ cupi.

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