Leonard Zelig soffre di una strana patologia che lo porta a cambiare i propri connotati fisici tramite il contatto ravvicinato con altre persone. Il suo strano caso viene preso in esame dalla dottoressa Eudora Fletcher che, oltre a curarne il trasformismo, si innamora del suo paziente.

Woody Allen realizza una sorta di docu-film, che sebbene sembra riallacciarsi a dei fatti veramente accaduti, non ha alcun appiglio a fatti e persone realmente esistite. Tutto ciò che viene narrato è dunque fittizio.
Creativo è il termine adatto per designare Zelig. Davvero innovativo ed azzeccato è il percorso narrativo ideato dal regista e sceneggiatore americano, tutto organizzato attorno a delle brevi interviste, in cui i supposti testimoni oculari danno la propria versione dei fatti e azzardano relative considerazioni in merito ai casi di trasformismo.
Le varie allusioni che ricorrono lungo la pellicola – alla crisi intellettuale ed alto-borghese e alla psicanalisi, solo per citarne alcune – si intrecciano con grande garbo alle considerazioni in campo letterario, filosofico e societario, riscontrabili in diverse opere alleniane.
Un aspetto che rende ancor più originale e apprezzabile il film è stata la volontà del regista di utilizzare, per girare la pellicola, solo cineprese e materiale cinematografico dei primi anni ’20, in una sorta di tentativo riuscito di spacciare la finzione per la realtà. Tema, quello della sottile divisione tra concretezza e immaginario, che viene rimarcato – anche grottescamente – nelle scene del film in cui si affibbiano a Francis Scott Fitzgerald delle considerazioni letterarie che non gli sono mai appartenute.

Allen ama giocare con se stesso e con il pubblico, sperimentare sempre nuove soluzioni, per non deludere i propri fan e le aspettative di autore e regista originale e costantemente innovativo.

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