"In mezzo scorre il fiume", Norman Maclean, Adelphi

Un esperienza mistica, religiosa: così si presenta al lettore In mezzo scorre il fiume, opera prima di Norman Fitzroy Maclean, docente universitario americano scomparso nel 1990.

Norman e Paul sono due fratelli, figli di un reverendo amante della pesca.
Con un padre religiosamente impostato, i due crescono ben presto con valori propri della morale protestante, diventando anche cultori della pesca a mosca, insegnata con ossequioso scrupolo dal padre stesso.
Le vicende più o meno burrascose in cui è coinvolto Paul portano ad una divisione fisica – ma non spirituale – dei due fratelli, in grado di sentirsi davvero un tutt’uno solo in riva ad un fiume, il loro fiume.

Protagonista del romanzo è proprio l’acqua, principio primo che dà vita: nel cammino esistenziale ostacolato in mille modi da difficoltà e sbagli – copiosi sbagli – le onde di piena del Blackfoot River sono in grado di ripristinare lo status iniziale, una condizione tranquilla, priva di problemi.
Non esistono i bordelli, le prostitute, le risse e le sbronze secolari in mezzo al fiume, tutto è ricondotto alla normalità, ad un ordine supremo che non si può contrastare.

Ma ciò che nel fiume, e col fiume, si può provvisoriamente sanare, si ripropone in maniera enfatizzata nella vita reale, nel deserto che circonda una bieca vita di campagna. Ecco allora che i principi morali e gli insegnamenti paterni rimangono saldamente ancorati alle rive, alle buche, alla pesca a mosca, e non trovano un concreto riscontro laddove parrebbero necessari.

Il turbinio degli eccessi, della vita trasandata e stigmattizzata porta inevitabilmente a scelte e comportamenti sbagliati, che, riversandosi come onde anomale ed incontrollabili, segnano il destino del protagonista, incurante degli insegnamenti e delle preoccupazioni di chi lo circonda.

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