"Il grande Gatsby", F. Scott Fitzgerald, Mondadori, 1925

Con Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald il lettore vive un vero e proprio tuffo nel passato dei favolosi anni ’20. In questo romanzo si può, difatti, respirare a pieni polmoni l’aria festosa e chic dei grandi party newyorkesi, intrisi d’alcol e di fumo, chiacchiere e pettegolezzi. Ed è in questo fortunato periodo che precede la Grande Depressione che si dipanano le sorti dei protagonisti. Narrata in prima persona da Nick Carraway, vicino di casa di Jay Gatsby, la trama del romanzo vede al centro quest’ultimo con i suoi tentativi di conquista della bella e già maritata Daisy. L’atmosfera allegra e ilare delle feste fa però da contrappeso agli eventi negativi che esplodono improvvisi nell’ultima parte del libro.

Quello di Fitzgerald è uno stile leggero e veloce, che altro non è se non lo specchio del contenuto del romanzo: una vita sociale frivola e rocambolesca, sempre alla ricerca del divertimento, tra feste sfarzose e afosi pomeriggi in stanze affittate in città. È Gatsby, come è ovvio, ad interessare maggiormente al lettore, ed è anche il personaggio più controverso dell’opera. Organizzatore di grandi feste cui tutta la “New York bene” partecipa, il protagonista sembra circondato da grandi amici e solo nel tragico finale, che mette un punto al suo unico sogno rimasto irrealizzato, scopriamo quanto superficiali fossero i suoi legami e quanto solo e privo di affetti fosse. Tutti i grandi romanzi necessitano di un equilibrio e Il grande Gatsby non è da meno. La figura del narratore Nick è funzionale proprio a questo e si caratterizza in modo completamente opposto a quella di Gatsby, come simbolo di realismo e integrità morale. Il romanzo, in conclusione, può soggettivamente piacere o meno, ma non gli si può certo negare il valore intrinseco che esso ha in quanto emblema degli anni ’20.

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