"Quel che resta del giorno", Katsuo Ishiguro, Einaudi

Inghilterra, estate 1956, un viaggio imprevisto. Questa è l’ambientazione di Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro. Protagonista della vicenda è Stevens, un anziano maggiordomo inglese, il quale, su proposta del suo padrone, decide di intraprendere un viaggio in automobile nella campagna del sud dell’Inghilterra, adducendo come motivazione l’esigenza di incontrare Miss Kenton, un’ex collega con la quale è rimasto in contatto e che spera di convincere a tornare a lavorare per conto del suo datore di lavoro.
La vicenda si dipana in soli sei giorni, ma in realtà comprende molti anni; il viaggio del protagonista si rivela, infatti, un’ottima occasione per riandare con la mente al passato, agli anni d’oro in cui Stevens era all’apice della sua carriera. In questa prospettiva il presente è funzionale solamente a far emergere ricordi, spesso inesatti, tramite associazioni di idee o immagini evocative, e a sollevare quesiti che possono trovare risposta solamente con il senno di poi.

Innanzitutto un plauso va all’autore e, in particolare, alla sua capacità di utilizzare un linguaggio formale e impostato che si adatta perfettamente al protagonista, alla sua professione, e all’epoca in cui tale professione è stata svolta. Ed è proprio tale linguaggio, unitamente all’abbigliamento altrettanto compito ed elegante, che lo rende molto più simile ad un Signore piuttosto che ad un domestico, e che, proprio per questa ragione, favorisce gli imbarazzanti fraintendimenti di cui Stevens sarà soggetto.
È importante sottolineare che il romanzo non è solamente il ricordo malinconico e il resoconto della vita di un anziano signore ormai prossimo alla morte, ma offre anche degli spunti di riflessione di carattere filosofico su questa professione oramai poco praticata. Stevens si interroga, difatti, su cosa si debba intendere quando si parla di “dignità” di un maggiordomo e su quale sia il ruolo effettivo di un maggiordomo; o meglio se realmente il maggiordomo sia un ruolo, una professione, o non piuttosto un modo d’essere vero e proprio nel quale non ci si può calare a piacimento. E, infatti, quello che ritroviamo in questo libro non è il resoconto della vita professionale di un maggiordomo inglese – anche se a primo impatto così sembra – ma è la vita stessa di quest’ultimo, con tutte le privazioni e rinunce che essa comporta, con le occasioni mancate a causa della rigidità dell’abito che indossa, con i conseguenti rimpianti, e con l’unica amara soddisfazione di poter dire di essere stato, almeno una volta nella vita, un “grande” maggiordomo.

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