“La casa del tempo sospeso”, Mariam Petrosjan, Salani, 2011

Opera prima dell’autrice armena Mariam Petrosjan, La casa del tempo sospeso è tutto fuorché un fantasy, come è spesso considerata. Il romanzo si configura da subito come un intenso viaggio senza tempo all’interno delle mura di una casa di cura per bambini e adolescenti disabili, meglio conosciuta semplicemente come “La Casa”. Gli abitanti dell’istituto si dividono in due categorie: da una parte i pazienti, i quali, una volta entrati nella Casa, dimenticano il proprio nome e con esso la propria vita passata, e sono conosciuti solamente con il loro soprannome, deciso in base a qualche caratteristica fisica o del carattere;  dall’altra gli educatori – anch’essi da noi conosciuti con il nome deciso nella Casa – che non sempre riescono a mantenersi nel mondo reale.
La Casa ha regole tutte sue che niente hanno a che vedere con quelle della vita all’infuori di essa, l’Esteriorità; affianco a tali regole vi è tutta una serie di bizzarri – e a volte macabri – rituali e comportamenti, che danno vita a vere a proprie storie immaginarie se viste dall’esterno, ma profondamente vere e vissute dall’interno. La Casa, difatti, vive di vita propria, e non si capisce se siano gli abitanti a diventare parte di essa, o se sia lei a prendere vita in quanto parte dei ragazzi che vi alloggiano; a dimostrazione di ciò, il tempo non scorre in modo lineare, ma si dilata e si contrae secondo la volontà della Casa e quella dei suoi abitanti.

Dieci sono gli anni occorsi all’autrice per terminare quest’opera, che si caratterizza come un romanzo visionario, folle, allucinato, spesso illogico, ma impetuoso come pochi altri sanno essere. Quasi 900 pagine che risucchiano il lettore in un vortice di non-sense, vaneggiamenti e incongruenze, ma anche di amicizia, amore, sogni e speranze. Sì perché i residenti della Casa, seppur con le loro stravaganze, ci appaiono pienamente umani e, all’interno del loro mondo, totalmente e indiscutibilmente “normali”; gli unici handicap dei ragazzini cui veniamo a conoscenza, li apprendiamo tramite i soprannomi, perché è difficile se non impossibile trovarne delle descrizioni. Tra bizzarre avventure e dialoghi folli, i ragazzi si trovano a dover affrontare la prova più importante e dolorosa che la Casa pone loro di fronte: decidere se rimanere ancorati per sempre all’infanzia, oppure saltare nell’Esteriorità e crescere, approdando definitivamente nel mondo degli adulti.
La Petrosyan ha reso a tal punto reali e vivi i protagonisti, che, dopo aver terminato e chiuso il libro, una strana morsa di malinconia attanaglia lo stomaco e si prova l’irrefrenabile impulso di riaprirlo e ricominciarlo daccapo. A distanza di mesi dalla fine della lettura permane ancora un’insolita nostalgia e l’ancora più insolita sensazione che da un momento all’altro Lord, Cieco, Sciacallo, Sfinge e tutti gli altri (anti)eroi, svoltino l’angolo per portarmi un saluto.

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