Category: Film


La Ricotta, Pierpaolo Pasolini

Film cardine del Neorealismo cinematografico, La Ricotta di Pierpaolo Pasolini fa parte in qualità di mediometraggio del celebre Ro.Go.Pa.G: quattro episodi tragicomici diretti da altrettanti registi – nell’ordine: Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pierpaolo Pasolini e Ugo Gregoretti.

 Stracci è una comparsa in un film dedicato alla Passione di Cristo, diretto da un celeberrimo regista – interpretato da Orson Welles – che altri non è se non l’alter ego di Pasolini stesso. Padre di famiglia, Stracci decide di dare il cestino contenente il proprio pranzo alla famiglia povera e affamata. Agitato per la fame, trova un escamotage per guadagnare dei soldi, decidendo di acquistare poi, per l’appunto, una ricotta. Quella che al principio pare una vittoria, si trasforma ben presto in un dramma…

Film dai toni cupi, che sa far riflettere, concilia al meglio tragicità e comicità, rendendo la vicenda meno macabra. Pasolini ama ritrarre la comunità romana e con La Ricotta evidenzia in maniera molto marcata le contraddizioni insite nel quotidiano panorama italiano, ovvero la smodata ricchezza affiancata alla perenne difficoltà di arrivare a fine mese, in quella che il regista laziale definisce la società delle lucciole.

Pasolini ha deciso di far impersonare a Orson Welles – che ha dichiarato di non aver mai sentito nominare il regista prima che lo stesso gli proponesse la parte – il ruolo del letterato baldanzoso e di sicura superiorità, per ritrarre la decadenza culturale regnante nell’Italia post-bellica. La crisi dell’intellettuale è rimarcata anche dalla poesia letta dall’attore stesso, contenuta nella raccolta Mamma Roma di Pasolini: pubblicità indiretta ad un’opera da leggere e riscoprire.

Film breve e appassionante, da vedere non solo come omaggio ad un grande scomparso.
Riscoprire le radici cinematografiche è importante, farlo con i capisaldi della cultura italiana è il modo migliore.

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Zelig, Woody Allen

Leonard Zelig soffre di una strana patologia che lo porta a cambiare i propri connotati fisici tramite il contatto ravvicinato con altre persone. Il suo strano caso viene preso in esame dalla dottoressa Eudora Fletcher che, oltre a curarne il trasformismo, si innamora del suo paziente.

Woody Allen realizza una sorta di docu-film, che sebbene sembra riallacciarsi a dei fatti veramente accaduti, non ha alcun appiglio a fatti e persone realmente esistite. Tutto ciò che viene narrato è dunque fittizio.
Creativo è il termine adatto per designare Zelig. Davvero innovativo ed azzeccato è il percorso narrativo ideato dal regista e sceneggiatore americano, tutto organizzato attorno a delle brevi interviste, in cui i supposti testimoni oculari danno la propria versione dei fatti e azzardano relative considerazioni in merito ai casi di trasformismo.
Le varie allusioni che ricorrono lungo la pellicola – alla crisi intellettuale ed alto-borghese e alla psicanalisi, solo per citarne alcune – si intrecciano con grande garbo alle considerazioni in campo letterario, filosofico e societario, riscontrabili in diverse opere alleniane.
Un aspetto che rende ancor più originale e apprezzabile il film è stata la volontà del regista di utilizzare, per girare la pellicola, solo cineprese e materiale cinematografico dei primi anni ’20, in una sorta di tentativo riuscito di spacciare la finzione per la realtà. Tema, quello della sottile divisione tra concretezza e immaginario, che viene rimarcato – anche grottescamente – nelle scene del film in cui si affibbiano a Francis Scott Fitzgerald delle considerazioni letterarie che non gli sono mai appartenute.

Allen ama giocare con se stesso e con il pubblico, sperimentare sempre nuove soluzioni, per non deludere i propri fan e le aspettative di autore e regista originale e costantemente innovativo.

Inception

Genere: thriller

Regia: Christopher Nolan

Anno: 2010

Durata: 148 min.

Attori: Leonardo DiCaprio (Dom Cobb), Ellen Page (Arianna), Tom Hardy (Eames), Cillian Murphy (Robert Fisher)

 

Dom Cobb ha le capacità, tramite un’adatta strumentazione, di penetrare nei sogni delle persone, con il fine di prelevare informazioni che possano rivelarsi utili. Viene contattato da un potente uomo d’affari giapponese che gli chiede di agire all’inverso: penetrare nel subconscio di Robert Fisher Jr. per innestare nella sua mente l’idea di spartire l’immenso impero ereditato alla morte del padre.

Una trama davvero complessa, un intreccio ostico orchestrato al meglio. Indagare i meccanismi onirici direttamente all’interno di un sogno è lo stratagemma di cui si serve il regista per  ormeggiare sulla riva del limbo che divide il sogno dalla realtà, per decifrare il possibile dall’impossibile, ponendo l’accento su di una dimensione che può far apparire come vero anche ciò che non è.
Non basta sognare, è necessario costruire il sogno, per determinare le dinamiche che ne stanno alla base. È così che è provvidenziale l’intervento di un architetto, che “struttura”, che rende possibile al sonno onirico la propria realizzazione.

Non manca la componente avventurosa, elemento più immediato, probabilmente, per lo spettatore medio. Le vicende ostiche e al confine del reale, le azioni veloci, giocate sul limite di una tensione mai spenta, fanno da cornice ad un amore a cui difficilmente si può rinunciare; un amore durato per anni in un mondo fittizio, ricreato per isolarsi, per viversi nel profondo, senza dar adito alle implicazioni esterne che potrebbero indebolire il rapporto d’amore stesso. A tratti melodrammatico, dunque. Un film che sa coniugare diverse istanze in un unico risultato eterogeneo ma organico, caotico ma funzionale, dotato di una storyline che segue il filo logico dall’inizio alla fine.
Nolan supera se stesso: non solo regista, ma anche soggettista e sceneggiatore del film, vincitore di quattro premi Oscar, su otto nomination ricevute. Azzeccata la scelta di proporre Leonardo DiCaprio come protagonista, attore da alcuni anni nel pieno della maturità, capace di rendere convincente la propria caratterizzazione. Vincente anche il resto del cast. Eccellenti il montaggio fotografico e gli effetti speciali.

21

Genere: Drammatico

Regia: Robert Luketic

Anno: 2008

Durata: 123 min.

Attori: Jim Sturgess (Ben Campbell), Kevin Spacey (Prof. Mickey Rosa), Kate Bosworth (Jill Taylor), Laurence Fishburne (Cole Williams)

Sei un giovane studente di 21 anni, un piccolo genio della matematica, con il desiderio di poter frequentare l’università di Harvard. L’unico ostacolo per potervi accedere è la retta di 300 mila dollari, accompagnata da una lettera di presentazione che racconti una tua esperienza sensazionale, ma allo stesso tempo questa deve “risaltare all’occhio” del Rettore.
Per pagarti gli studi vendi cravatte per 8 dollari l’ora, partecipi ad un progetto di gruppo scadente agli occhi di buona parte dei tuoi coetanei.
Durante una lezione fai colpo sul professore Rosa che ti recluta per i suoi affari: vincere a Blackjack nei casinò di Las Vegas, contando le carte.
Poche sono le regole: non giocare d’azzardo, sapersi fermare e non farsi prendere dalle emozioni. Saprai rispettarle?

21, cioè il Blackjack, è un film tratto da una storia vera narrata nel libro Bringing Down the House di Ben Mezrich. Fin dalle prime scene si capisce buona parte del film, tanto che ancora prima che il protagonista venga messo davanti ad una scelta abbiamo già la sua risposta, o per lo meno la intuiamo; meccanismo, questo, che è presente soprattutto nella prima metà del film. Nell’ultima mezz’ora viene ripresa la scena iniziale che porterà lo spettatore a porsi delle domande, e ad immaginare un certo tipo di finale che risulterà dunque più scontato.
I temi presenti sono abbastanza attuali, sebbene i veri fatti risalgano alla fine del decennio precedente. Purtroppo il denaro è diventato ormai indispensabile, ed un ragazzo con problemi economici che ambisce ad una laurea importante, si trova di fronte a molte difficoltà che gli impediscono di crearsi un futuro. Proprio questa disperazione può portare il ragazzo, ingenuo o meno che sia, a prendere decisioni azzardate che possono risultare pericolose.
21 è un film che, per come è stato girato, può risultare banale, ma allo stesso tempo grazie ai suoi argomenti arriva a colpire lo spettatore.

Julie & Julia

Genere: commedia

Regia: Nora Ephron

Anno: 2009

Durata: 123 min.

Attori: Meryl Streep, Amy Adams

 

Tratto dai romanzi Julie & Julia. 365 giorni, 524 ricette, una piccola cucina di Julie Powell, e My life in France di Julia Child, il film narra parallelamente la storia di due donne. Da una parte siamo negli anni cinquanta, dove seguiamo le vicende della giunonica Julia Child (Meryl Streep); conosceremo il suo percorso culinario: dalle prime lezioni parigine alla pubblicazione del tanto atteso libro. Dall’altra parte, siamo catapultati nel presente del 2002, dove una ventinovenne Julie Powell (Amy Adams), insoddisfatta del suo lavoro come centralinista e frustrata dal fatto che non riesce a terminare mai nulla, decide di intraprendere un nuovo progetto: sperimentare tutte le 524 ricette contenute nel libro di Julia Child e pubblicare i risultati in un blog.

Inutile decantare la maestria di Meryl Streep, sempre perfetta in qualsiasi ruolo le venga affidato. La sua interpretazione della solare Julia Child, nonostante sfiori la caricatura, non è mai eccessiva: sorridente all’estremo, intraprendente e spesso goffa, la Streep impersona ineccepibilmente il personaggio di una donna che, nonostante la sua personalità la collochi oltre gli anni cinquanta (o forse proprio per questo), rappresenta il prototipo della moglie, amica e donna perfetta. D’obbligo è spendere due parole per Amy Adams, la cui bravura è già stata ampliamente dimostrata in Come d’incanto. La giovane attrice impersona lo stereotipo dell’uomo contemporaneo: un lavoro amministrativo sottopagato che non offre alcuna soddisfazione, e un piccolo appartamento che divide con il coniuge. La Adams riesce a trasmettere, tramite anche la sua straordinaria mimica facciale, le insicurezze e le speranze del suo personaggio. È così che si intrecciano idealmente le storie di una donna del secolo scorso fin troppo all’avanguardia e indipendente per i tempi, e una giovane donna del ventesimo secolo che torna indietro nel tempo affidandosi alla cucina di una volta. Tramite una trama mai banale le due attrici ci conducono in una simpatica commedia, un po’ dissimile da quelle cui siamo abituati. Quello che è certo è che a Julie & Julia non manca nessun ingrediente per essere un ottimo piatto tra le portate cinematografiche.

Una notte da leoni

Titolo originale: The HangoverUna notte da leoni

Genere: commedia

Regia: Todd Phillips

Anno: 2009

Durata: 100 min.

Attori: Bradley Cooper (Phil), Zack Galifianakis (Alan), Ed Helms (Stu)

 

L’addio al celibato di un amico equivale ad una notte brava a Las Vegas. Una notte di follia in una suite extra-lusso, una tigre in bagno e un bebè misterioso. Si aggiungano a questo una gallina che scorrazza in corridoio, Mike Tyson e un boss della malavita cinese. Quello che ne viene fuori è un mix di accadimenti fuori dal comune, definirli assurdi non pare improprio. Il dipanarsi della vicenda è molto semplice. Tutto ruota attorno all’improvvisa scomparsa di Doug, futuro sposo, per il quale il viaggio era stato organizzato. Obiettivo quello di riportare a casa l’amico sano e salvo, in tempo per le nozze.

Una notte da leoni, film del regista Todd Phillips, pur avendo ottenuto un grande successo al botteghino (ed un consenso entusiasta dal pubblico pagante), nel complesso non strappa grandi risate, se non a denti stretti. Alcune scene risultano sicuramente più riuscite di altre, ma la comicità spesso spiccia va ad incidere in maniera decisa sulla mediocrità del film. Un plauso va agli attori, che hanno dato prova di grande abilità, anche laddove il copione riultasse sin troppo scadente. A tal proposito, piacevole scoperta è stato Zach Galifianakis, caratterista uscito alla ribalta nel giro di pochi anni, che proprio nel film interpreta il personaggio probabilmente più riuscito. Degna di nota la sua parodia di Rain Man – film del 1988 con Dustin Hoffman e Tom Cruise – nella quale conta le carte al blackjack, con lo scopo di sbancare il casinò, per riscattare il presunto amico scomparso.

Il giudizio complessivo sulla pellicola non può certo essere positivo. L’intreccio è troppo semplice e il punto forte dovrebbe essere la cornice di eventi a supporto della narrazione, che non danno quel valore in più. La visione non è sconsigliata al pubblico medio, ma il palato fine, alla ricerca di una commedia davvero esilarante e di qualità, non può apprezzare la resa globale del film.

Si può fare

Si può fareGenere: commedia

Regia: Giulio Manfredonia

Anno: 2008

Durata: 111 min.

Attori: Claudio Bisio (Nello), Anita Caprioli (Sara), Bebo Storti (Padella)

 

Nello è un sindacalista con il compito di dirigere il lavoro di una cooperativa formata da malati mentali. Dopo alcune difficoltà iniziali, decide che non è corretto affidare ai pazienti dei lavori inutili, solo per le loro evidenti difficoltà psichiche. Cogliendo la creatività in alcuni di loro, e l’impegno da parte di altri, viene a creare una squadra di posatori di parquet. In poco tempo quella che nasce come cooperativa pone le basi per diventare una piccola, ma organizzata, azienda. L’impatto dei pazienti con la realtà, però, porta a delle spiacevoli ed inaspettate conseguenze…

Ispirato alla nascita delle prime cooperative sociali all’inizio degli anni ottanta, il film propone una visione disincantata del mondo della disabilità mentale. Le personalità dei vari pazienti e le loro difficoltà sono rappresentate con precisione, talvolta con scene piuttosto crude, per non ricreare, con ottica distorta, la realtà di un mondo percepito con troppa distanza dalle persone “normali”. Inevitabile, però, è la sdrammatizzazione che il regista cerca di attuare nel corso del film, lasciando ampio spazio – trattandosi di una commedia – a sipari che strappano un sorriso e al contempo danno occasione di riflettere. In quest’ottica, i tratti caratteristici dei protagonisti vengono quasi caricaturati, seppur resi ineccepibili, nella loro parvenza di realtà, da interpretazioni molto azzeccate.
Pare giusto sottolineare le capacità e rendere onore al merito dei pazienti, ma è la stessa chiusa del film che funge da puntualizzazione: per quanto si possa rivalutare un malato mentale, non è pensabile integrarlo in un mondo di per se stesso malato. La fragilità che contraddistingue i protagonisti del film, infatti, non è adatta a sopportare le difficoltà di una vita comune. Ciò che ha davvero importanza, ed è questo che il film vuole sottolineare, è la necessità di rivalutare le possibilità che si possono offrire ai disturbati, rendendoli utili, senza però esporli a situazioni ed emozioni ulteriormente destabilizzanti.

 

Benvenuti al sud

Benvenuti al sud

Genere: commedia

Regia: Luca Miniero

Anno: 2010

Durata: 106 min.

Attori: Claudio Bisio (Alberto), Angela Finocchiaro (Silvia), Alessandro Siani (Mattia)

 

Film leggero, la classica commediola all’italiana, Benvenuti al sud ha saputo conquistare una grande fetta di pubblico, grazie alla semplicità e all’immediatezza con il quale tratta il rapporto conflittuale tra nord e sud d’Italia. Alberto, per ottenere un posto da dirigente nelle poste italiane, si finge disabile per non deludere moglie e figlio, sperando di ottenere il tanto agognato salto di qualità in una grande città. Scoperta la truffa, è costretto a trasferirsi nell’“odiato” sud per un anno. Riottoso all’idea, impone uno stile di lavoro ferreo ai propri impiegati, ma il passo dall’odio all’amore è molto breve…

Nel film vengono messi a confronto due stili di vita ben differenti, quello estremamente formale, rigido e impostato della città “polentona” e quello disincantato, più leggero del paesino di mare “terrone”. Trovare il marcio in quest ultimo, nella gente del posto è il punto di partenza del protagonista, che sogna un futuro professionale di grande successo, e si ritrova a fare i conti con una realtà a lui per nulla congeniale. Basta davvero poco per ricredersi. Il mare, la spontaneità della gente, un bicchiere di vino tra amici. Al sud, Alberto riscopre la bellezza di sentirsi bambino, di vivere alla giornata, entrando in simbiosi con i propri impiegati, apprezzando ciò che non gli era consentito nella sua vita precedente. Neppure la mancanza della famiglia lontana lo destabilizza, anzi, è costretto a mentire spudoratamente alla moglie, in costante appressione per il marito. Parlarle positivamente del suo nuovo stile di vita è pressochè impossibile.

Ciò che pare un’utopia, ricredersi, cambiare le proprie idee verso chi è ritenuto diverso, viene a realizzarsi progressivamente, tanto da apprezzare di più il nuovo insediamento al luogo di origine. Gli stereotipi si ribaltano, la cultura padana viene a cozzare con quella partenopea, fino ad entrare in simbiosi. Con un esito buonista, si infrangono le barricate del pregiudizio e si guarda, con obiettività, alla realtà italiana.

 

Basta che funzioni

Titolo originale: Whatever works

Genere: Commedia

Regia: Woody Allen

Anno: 2009

Durata: 92 min.

Attori: Larry David (Boris Yellnikoff), Evan Rachel Wood (Melanie)

Boris, personaggio eccentrico, dai modi piuttosto bruschi e irrequieti, è un fisico in pensione, che insegna il gioco degli scacchi ai bambini – ai quali non riserva certo trattamenti addolciti, neppure in considerazione della giovane età. I suoi numerosi fallimenti lo portano a tentare più volte il suicidio e a divorziare con la moglie. Si riduce a passare le giornate tediando gli amici circa l’inutilità di tutto.
L’accoglienza forzata data ad una giovane vagabonda dà una sferzata decisa alla sua vita, o almeno così sembra…

Woody Allen si cimenta in una commedia brillante, che non si esime dal toccare, non senza punte sarcastiche, temi più drammatici. Il protagonista è l’indiscusso mattatore dall’inizio alla fine del film, le battute sarcastiche, i botta e risposta mordaci, i giudizi sulla sua presunta genialità e sull’ignoranza altrui, caratterizzano con precisione il personaggio, che non poteva essere meglio delineato. Plauso va fatto anche alla scelta dell’attore, capace di accompagnare con abilità, attraverso la mimica facciale e corporea, la stravaganza dialettica del protagonista. Rilevante, ai fini dell’ottima riuscita del film, anche l’interpretazione della giovane Evan Rachel Wood, entrata appieno nella parte della giovane fuggiasca, emblema degli adolescenti di oggi, con la testa tra le nuvole e una condizione sgravata da responsabilità.

Lo stampo dato al film da Allen, più che ad una commedia, lo fa avvicinare ad una sorta di testimonianza di vita in prima persona, specie quando è Boris a parlare, rivolgendosi direttamente alla telecamera, avendo come interlocutore nessun altro al di fuori dello spettatore. In tali circostanze è curiosa la scelta del taglio cinematografico dato alla scena: pare quasi che sia un reporter amatoriale a suggellare le scene recitate, che sono inevitabilmente le più significative, venendo a coincidere con gli spazi di riflessione personale e di commento, circa lo sviluppo della vicenda, da parte del protagonista.

Il padre e lo straniero

Genere: Drammatico

Regia: Ricky Tognazzi

Anno: 2011

Durata: 110 min.

Attori: Alessandro Gassman (Diego), Amr Waled (Walid)

Quel giorno è Diego a portare suo figlio disabile a fare le terapie, e proprio mentre lo aspetta incontra l’arabo Walid, padre anche lui di un bambino malato. I due diventano amici grazie ad un’assidua frequentazione, si danno conforto a vicenda ed è proprio l’amore che l’arabo mostra verso il proprio figlio che porta Diego ad amare ed avvicinarsi veramente al suo.
Ma qualcosa non torna… improvvisamente quest’ultimo viene prelevato dal suo posto di lavoro e portato in una villa abbandonata. Qui viene a conoscenza di fatti che gli erano stati nascosti ed inizierà un pericoloso percorso alla ricerca di Walid.

Il Padre e lo Straniero, tratto dal libro omonimo di Giancarlo De Cataldo, parla di due culture diverse che si incontrano. Un confronto tra due modi distinti di amare il proprio figlio: chi lo vede come una benedizione, la “nour enayyi” (luce dei miei occhi); chi invece non riesce ad avvicinarlo, timoroso di fargli male.
Appena i due protagonisti iniziano a frequentarsi, in Diego nasce un sospetto su questo sconosciuto, anche se non ci dà importanza;  ma allo spettatore ciò rimane impresso, e il resto del film viene seguito con occhio investigativo. Questo voler capire ciò che c’è di sbagliato in Walid è dovuto alla diffidenza che ormai è instaurata nella nostra cultura nei confronti dello “straniero”; ed il bello della pellicola sta proprio nel far capire che, in alcuni casi, l’“altro” è persino meglio di noi.