Category: Generale


Dove nasce il sole, Valentina Marchese

“Dove nasce il sole”, Valentina Marchese, Edizioni La Gru, 2010

Non è possibile considerare Dove nasce il sole di Valentina Marchese come un romanzo, bensì  è lecito parlare di short story, un racconto di media lunghezza, che bada al sodo della narrazione, delineando in maniera essenziale i personaggi, e concentrandosi in maniera mirata, seppur sbrigativa, sulla psicologia dei caratteri indagati.

Rachel, ragazza di origini italiane, vive a Chicago, nei pressi di Melroce Park. Dopo essere riuscita ad ottenere un contratto per la pubblicazione del suo primo libro, perde apparentemente l’uso della parola, chiudendosi in se stessa. La madre, preoccupata, si rivolge a degli specialisti per trovare risposte sullo stato di salute della figlia; sarà compito della dottoressa Benson riportare alla vita Rachel, schiodandola dal suo mutismo forzato.

L’autrice dimostra una buona capacità nello strutturare le fila della narrazione, optando per un intreccio alternato, capace di mettere in risalto le vicende personali di Rachel e della dottoressa Benson, che giungono inevitabilmente ad intrecciarsi. Il parallelismo tra le vite dell’una e dell’altra protagonista è piuttosto marcato, se si considera la felicità nella realizzazione di se stesse e la conseguente disfatta morale, che porta a sgretolare le fondamenta del proprio universo in fase di sviluppo e maturazione.
Due giovani ragazze che si aiuteranno l’un l’altra, volontariamente e non, ad uscire da una situazione precaria, alla quale solo il sostegno reciproco può portare beneficio concreto. L’utilizzo di digressioni costanti e la narrazione sfasata su piani temporali differenti permette di mantenere sostenuta l’attenzione nel lettore, che non può non proseguire nella lettura per raccogliere progressivamente i particolari che portano allo scioglimento della questione centrale.

L’utilizzo generoso del discorso diretto è un punto di forza della narrazione, in quanto garantisce una lettura scorrevole e veloce, che non potrebbe essere altrimenti, considerando la natura del libro; una scrittura artificiosa o troppo prosastica sarebbe risultata del tutto fuori luogo. La Marchese con quest’opera pubblicata da “Edizioni La Gru” nel 2010, dimostra una capacità di scrittura di sicuro buona, da valorizzare, perché no, in lavori più corposi ed articolati.

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Shigurui – Le Spade della Vendetta

Tipo: Manga, Shonen Manga

Genere: Shonen, Samurai, Katana, azione, splatter

Autore: Il manga è tratto dal romanzo “Suruga joo gozenjiai”, opera storica giapponese.

La sceneggiatura è di Norio Nanjo, mentre i disegni sono di Takayuki Yamaguchi. Entrambi sono alla seconda esperienza editoriale, la prima volta in coppia assieme. Ho trovato pochi riferimenti biografici in lingua inglese e ancor meno in lingua italiana.

Nome in codice: Shigurui – Le spade della vendetta

Shigurui è un termine arcaico che significa “folle”. Ben al di là della semplice pazzia, la follia spinge chi ne è affetto verso scopi e obiettivi perseguiti con fredda e distorta razionalità. Folle e pazzo allo stesso tempo è anche uno dei personaggi principali della storia, il maestro di spada Kogan Iwamoto.

Trama

Giappone medievale, un ricco feudatario, Tanadaga Tokugawa, fratello dello Shogun,organizza un torneo di spada al suo castello e vi fa partecipare i venti migliori maestri d’arme del paese. Ma stavolta, per un perverso capriccio dello stesso Tanadaga, non si combatte con armi di legno, come era usanza nei tornei, ma con armi vere e affilate. Nessuno osa contraddire il feudatario, tanto è il timore che incute e il potere che gli deriva dalla parentela con lo Shogun.

La storia inizia con un duello all’apparenza assurdo, uno spadaccino senza un braccio e uno zoppo e incapace di vedere. La storia “prosegue” molti anni prima, nel dojo di Kogan Iwamoto, un vecchio maestro d’arme, la cui mente ha ormai ceduto alla pazzia del tempo, che alterna momenti di brutalità e delirio a momenti di lucidità assoluta, ma la cui bravura rimane tuttora ineguagliata. È qui che i due sfidanti, Gennosuke Fujiki e Seigen Irako, intrecciarono, molti anni prima, il loro destino, come discepoli della temutissima scuola della Tigre di Kogan.

Lo scopo che muove i personaggi è VINCERE. In un’epoca dove i potenti decidono della vita e della morte dei sottoposti, essere ritenuti forti significa essere utili, e quindi meno sacrificabili di altri. Ma allo stesso tempo significa dover difendere la propria posizione da tutti coloro che tentano di acquisirla. O ci si evolve continuamente, o ci si estingue.

La trama non procede in modo lineare, l’intreccio è complesso, al flashback iniziale se ne aggiungono molti altri concatenati, episodi di vita vissuta che ci fanno conoscere il vero io dei personaggi, siano essi comparse o protagonisti. In questo modo l’autore compone il mosaico della storia, formato di tanti tasselli che pian piano rivelano il disegno completo che porterà al duello nel castello del feudatario, e al suo epilogo.

Le scene di violenza sono molto frequenti, alle volte rapide e fugaci, altre volte eterne, caratterizzate da momenti di stasi assoluta, dove la scena rimane immobile per interminabili istanti. La voce narrante è potente e prevale sulle parole, coinvolgendo il lettore e rendendolo conscio di ciò che avviene nelle menti dei combattenti, nel duello mentale che precede (e quasi surclassa) il duello fisico. Leggendo attentamente ci si può infatti accorgere del silenzio quasi perenne che ci circonda.

Il tratto è nudo e crudo, nei disegni sono molto curati i particolari anatomici, anche i più macabri, e le espressioni dei volti e degli occhi, vero specchio dell’animo dei personaggi.

Curiosità

L’edizione italiana è attualmente giunta al numero 13. L’uscita degli ultimi due numeri, 14 e 15, è ormai imminente, e personalmente sono molto ansioso.

All’interno del manga vi sono molti episodi di vita giapponese del tempo, usanze e costumi, sia inerenti all’arte della spada che alla vita di tutti i giorni.

E’ stato realizzato anche un Anime della serie.

Razioistinto

Un vero capolavoro, curato nei minimi dettagli, sia nella scenografia che nel disegno, rifinito come una statua del Michelangelo del primo periodo.

Realistico e surreale allo stesso tempo. I personaggi sono uomini di carne e ossa, ma che hanno saputo ergersi al di sopra degli altri grazie a durissimi allenamenti. Ma sempre di carne sono fatti e, al minimo errore, il filo di una katana non perdona neanche i migliori. Leggendolo mi sono veramente sentito partecipe del Giappone di quegli anni.

La follia è l’elemento che accomuna tutti i protagonisti e li spinge ad affrontare le difficoltà e a perseguire il proprio obiettivo. Sono rimasto letteralmente ipnotizzato dalle vicende, dai combattimenti, dai colpi di scena e, soprattutto, dal tratto umano e inumano che caratterizza gli uomini.

Non aspettatevi una lettura “alleggerita”, il tono è serio dall’inizio alla fine della narrazione, con molte scene cupe e pesanti. Lo stile splatter e marziale ricorda molto i film orientali sulle arti marziali (in particolare, tra quelli che ho visto, “Sever Sword” e soprattutto “Hero”).

Ho incontrato qualche difficoltà durante la stesura di questa recensione, trovo si tratti di un’opera molto complessa e spero di esserne stato all’altezza.


BLAME!

BlameTipo: Manga, Shonen manga

Genere: Fantascienza, Cyber punk, Shonen

Autore: Tsutomu Nihei

Nihei non nasce come disegnatore, nasce come architetto. Si laurea in Giappone e lavora a New York prima di ritornare in patria ed iniziare la carriera di mangaka. BLAME! è il suo primo titolo.

Nome in codice: BLAME!

Un’onomatopea giapponese, il rumore secco di una pistola che echeggia nella megastruttura. L’utilizzo di un riferimento sonoro nel titolo è un espediente sfruttato anche in altre occasioni.

Trovo sensato chiedersi se nell’intenzione di Nihei non vi fosse anche un riferimento alla parola inglese blame che significa “colpa”, ma anche “accusa”, “critica”.

Trama

“Maybe on Earth, Maybe in the Future”.

Questa frase è presente sulle copertine di tutti i numeri della serie, ed è il concept su cui si basa tutta l’opera. La Terra (“on Earth?” ) è ora ricoperta da una megastruttura chiusa in acciaio che si estende per miglia e miglia, sia in orizzontale che in verticale. Immense costruzioni metalliche si alternano ad abissi sconfinati apparentemente senza fondo. È qui che l’autore esprime il meglio di sé e della sua formazione, in ambienti mozzafiato in cui dominano le tinte cupe e scure, tanto realistici quanto assurdi, dove l’”uomo” non è altro che una formica all’interno di un alveare. Un alveare pieno di insetti, alcuni quieti, alcuni amici, altri ostili. Esseri di silicio perseguono i loro misteriosi obiettivi, spietate Safeguard uccidono indiscriminate chiunque gli si pari davanti secondo una logica tanto precisa quanto distorta mentre altre proteggono gli uomini mosse da un senso di compassione e dovere più umani dell’umano. Gli “uomini” non sono gli essere umani che conosciamo, sono creature mutate da secoli di condizioni ambientali avverse che cercano in tutti i modi di sopravvivere e difendersi, ma il cui destino pare ormai segnato.

Il protagonista è un ragazzo con una missione semplice e al tempo stesso misteriosa: trovare esseri umani dotati di un particolare gene in grado di accedere alla Rete Terminale, un database che raccoglie una enorme quantità di informazioni. Chi è? Quali sono le sue motivazioni? Poco traspare dalle sue parole o dal suo volto. I dialoghi sono scarni, brevi, essenziali. La storia scorre veloce tra le pagine senza una trama lineare apparente, alternando combattimenti rumorosi a desolate panoramiche mozzafiato dove il protagonista quasi scompare e il silenzio domina sovrano. È il tratto dell’autore, inconfondibile, impossibile non riconoscerlo. Un viaggio in un abisso enorme e oscuro che in realtà ci porta a viaggiare nell’animo del protagonista, nella sua evoluzione in cerca di qualcosa che non riesce mai ad afferrare, dove forse la ragione si trova nel viaggio stesso.

Curiosità

Nell’edizione italiana sono stati pubblicati 10 volumi (detti Tankbook).

Esiste un volume singolo “NOISE” (altro riferimento onomatopeico) collegato con le vicende di BLAME! e un’altra serie di 6 tankbook, BIOMEGA, che racconta eventi che sembrano avvenuti in un passato molto remoto.

Durante la raccolta di informazioni per la stesura di questa recenZione ho scoperto numerose critiche alla traduzione italiana. Pare che in molte parti non sia fedele e anzi distorta. Tuttavia non si trattava di esperti di lingua giapponese che avevano letto l’originale, ma di comuni lettori che avevano letto il manga in inglese, trovando questa traduzione paradossalmente molto più comprensibile di quella italiana.

Sono in procinto di leggerla, questa versione inglese, quindi è possibile che, dopo averla letta, io modifichi questo articolo.

Razioistinto

Ho acquistato questo manga dopo che per anni l’ho visto pubblicizzato su altri manga che leggevo, incuriosito soprattutto dalla presentazione: “Maybe on Earth, Maybe in the Future”.

La lettura mi ha colpito moltissimo, la mancanza apparente di trama e la scarsità dei dialoghi hanno accentuato l’impressione che il manga “si leggesse da solo”, pagina dopo pagina, lasciandomi completamente immerso nel viaggio e ipnotizzato da queste ambientazioni futuristico-surreali, preda di mille emozioni: paura, angoscia, solitudine, curiosità.

Non esagero dicendo che Tsutomu Nihei sia diventato con questa e con le altre sue opere il mio autore giapponese preferito. Attendo con ansia la sua prossima opera.

 

immagine tratta da www.animeresimleri.com

 

Sanremo 2011

Roberto Vecchioni, vincitore di Sanremo 2011

Domenica 20 Febbraio 2011, ore 01.00 circa. Sul palco del Teatro Ariston di Sanremo (IM) si è svolta la proclamazione del vincitore del Festival di Sanremo, quest’anno condotto dal cantante Gianni Morandi.

Il primo posto va al Professore Roberto Vecchioni con la canzone “Chiamami ancora amore”, che si è aggiudicato la vittoria con il 48% dei voti, contro il 40% per i Modà con Emma Marrone e la loro “Arriverà”, e il 12% per “Amanda è Libera” di Albano (canzone ripescata la sera prima).

Le tre canzoni finaliste, che sono le vere protagoniste del Festival, sono tutte molto belle: si passa dalla classicità del Professore che poetizza la situazione attuale del nostro paese, alle sonorità pugliesi di Albano Carrisi che tocca un tema importante come quello dell’immigrazione che porta allo sfruttamento. Infine si passa alle sonorità più giovanili dei Modà, che con il loro rock e la carica di Emma (vincitrice di Amici 2010) parlano di un amore che, anche se finito e doloroso, quando meno ce lo aspettiamo tornerà per farci di nuovo sorridere.

Proprio questo gruppo, supportato dall’energica ragazza, era stato dato per vincente ancora prima dell’inizio della gara, mentre i due cantautori non avevano ricevuto abbastanza quotazioni. Sorprendono invece le aspettative che si avevano per Anna Tatangelo con “Bastardo” che la vedevano sul secondo gradino del podio, anche se fin dalla prima serata non è piaciuta alla Giuria Demoscopica presente in sala che l’ha subito eliminata. Ripescata due sere dopo, purtroppo, non è riuscita ad aggiudicarsi il podio, come ha saputo fare Carrisi.

Tra i cantanti che non hanno avuto la possibilità di esibirsi l’ultima sera ricordiamo Max Pezzali che, dopo alcuni anni di pausa, è tornato con le sue sonorità alla 883 che lo caratterizzano, ma anche lo penalizzano dato che le sue canzoni risultano tutte uguali. Comunque si può dire che il suo successo radiofonico di sicuro lo avrà, dato che a partire dal giorno dopo la prima esibizione era già presente in tutte le radio.

 

Sanremo 2011

Da sinistra: Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Gianni Morandi

L’ottima scelta delle canzoni in gara va di sicuro a Gianni Morandi, noto cantante che ha fatto con i suoi brani la storia della nostra musica, e bisogna dire che è meglio che continui a fare quello per cui è nato. Tante gaffe. Tanto imbarazzo si poteva leggere nei volti delle vallette di quest’anno, E. Canalis e B. Rodriguez, che ormai avevano il terrore (o così sembrava) di quello che potesse dire o fare il Morandi Nazionale. Quei pochi momenti dove non si notava questo disagio era quando al suo fianco c’erano Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu che riuscivano a trasformare in barzelletta gli errori del presentatore, il quale non si è mai accorto delle enormi figuracce, sorridendo con espressione inebetita.

Due parole vanno spese sia per il duo femminile, che per il duo comico.

Elisabetta e Belen: fin dalla prima sera sono state quasi perfette, vestite dai più famosi stilisti (ne cito alcuni: Armani, Moschino, Versace…) che hanno saputo esaltare la loro bellezza senza cadere nel banale. Inoltre sono riuscite a smentire tutte quelle malelingue che giravano da mesi sul fatto che fossero rivali, dimostrandosi, a sorpresa, più unite di tante altre, arrivando persino a complimentarsi a vicenda e ringraziandosi con un bacio spontaneo sulla guancia. Un bel 10+!

Luca e Paolo: un tassello importante di questo festival. Hanno dato vivacità ad una cosa scritta, studiata, imparata a memoria e in alcuni pezzi non sentita; invece con le loro battute, alcune non preparate, sono riusciti a dare a questo Festival quella comicità sana, la satira non forzata, non di parte. E guai dire a Luca che sono stati bravi ad essere bipartisan nel ringraziare la Rai (per averli chiamati) e Mediaset (per averli lasciati andare), che subito scatta in uno sfogo dove specifica che se dice quello che pensa non deve essere catalogato come una parte o l’altra o bipartisan: bisogna essere liberi di dire quello che si pensa. Con queste poche parole non programmate, inaspettate, ha scatenato l’applauso del pubblico, che neanche durante le esibizioni dei cantanti è stato così presente. 10 con Lode!

Non si può non commentare la presenza di Benigni, che ha tenuto gli spettatori incollati allo schermo per 50 minuti, ed ha chiuso in bellezza con una toccante versione dell’Inno di Mameli (“che era minorenne quando l’ha scritto”, cit.) recitato a cappella, nell’assoluto silenzio del teatro Ariston.

Per quest’anno è andata così, ma speriamo proprio che per il prossimo, le “Mazze” (Mauro Mazza, direttore di RaiUno, e Gianmarco Mazzi, direttore artistico) non propongano di nuovo Morandi.

 

immagini tratte da www.televisionando.it , www.67radio.com

Un nuovo blog. Una nuova esperienza.

Elasticamente, il nuovo blog che pensa alla letteratura, al cinema, alla musica, alla cultura. Un’esperienza di fusione. Mescere e sperimentare.

Lo staff di questo piccolo esperimento non si prefigge certo di risultare quale voce al di fuori del coro, vuole semplicemente riportare la propria esperienza e il proprio attaccamento a diverse forme d’arte e cultura, troppo spesso tralasciate o trattate con scarso entusiasmo, tali da suscitare esiguo interesse.

 

Di seguito, alcuni aforismi che riassumono l’importanza della lettura.

  • Si dovrebbe avere sempre qualcosa di sensazionale da leggere in treno. (L’importanza di chiamarsi Ernesto, O. Wilde)
  • Se ogni persona sulla terra avesse avuto almeno una volta qualcuno che leggesse per lui, il mondo sarebbe migliore: tutti avrebbero indistintamente ricevuto amore, attenzione, conoscenza. (J.K. Rowling)
  • I libri vanno letti con la stessa cura e con la stessa riservatezza con cui sono stati scritti. ( Trilogia di New York, P. Auster)
  • La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende preciso. (Francesco Bacone)
  • Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere (Come un romanzo, D. Pennac)
  • La lettura è per la mente quel che l’esercizio è per il corpo (J. Addison)