Category: Interviste


“Il Duka in Sicilia”, Vittorio Bongiorno, Einaudi, 2011

Vittorio Bongiorno, scrittore con all’attivo quattro romanzi. Non ti chiedo di presentarti perché sei noto ai più; entriamo subito nel merito: come definiresti i quindici anni trascorsi dalla pubblicazione del tuo primo libro?

Di corsa! Ti confesso che non me ne sono accorto, e non ci ho quasi mai pensato. Nel senso che per vivere faccio altro, e scrivo di notte, cercando di conciliare lavoro, famiglia, figli, qualche ora di sonno e un ritardo cronico a rispondere a centinaia di email accumulate (come la tua!)… Insomma, non mi sono mai sentito uno “scrittore” con la esse maiuscola. Piuttosto un raccontastorie, che scrive di notte, comunque, sia che mi pubblichino o che no. La mia è più un’urgenza. Non faccio grossi calcoli su cosa dovrei o potrei scrivere. Lo faccio, e basta. È  la mia vita. Non ne potrei fare a meno.

Il Duka in Sicilia è il tuo ultimo romanzo, pubblicato da Einaudi nel 2011. Vincenzi di Repubblica definisce l’idea alla base del libro “poco italiana” – specificando che si tratta di un complimento -, Cinque de Il giornale di Sicilia definisce la tua una “voce ironica e colorata”. Ti senti un po’ il fautore di novità del panorama letterario italiano?

Noooo! Per carità! Nessuna novità, non da parte mia. Io scopiazzo qua e là, vengo, come dicevo prima, dallo storytelling, dalle storie raccontate e ascoltate al bancone di un bar, dalla vita vissuta su un tram. Onoratissimo delle critiche positive che hanno accolto il mio “Duka in Sicilia”, ma non credo di essere una grande novità. Forse, tratto che accomuna tutto quello che scrivo, il miscuglio di parlato e musica rende la lettura dei miei libri un po’ più ritmata del solito. Diciamo che cerco di stare al passo coi tempi, e di “tenere il tempo”, di non far annoiare il lettore.

L’idea de Il Duka in Sicilia nasce nel 2003. Che significato ha per te?

Il primo germe, la prima scena, era l’idea per un film. Pensata per immagini, e musica. E infatti così e’ stato, ho scritto un soggetto di dieci paginette e l’ho mandato a destra e manca, proprio come nei film. Prima Pupi Avati, poi addirittura Roberto Benigni mi ha telefonato, per complimentarsi della bella storia. Poi ancora Nanni Moretti mi ha selezionato insieme ad altri per il suo “Premio Sacher 2003”, unica edizione di concorso per storie per film. A ripensarci ora e’ davvero incredibile, soprattutto perché io ho spedito il plico presso gli uffici di questi signori, da totale sconosciuto. La storia piaceva molto, ma tutti erano d’accordo sul costo eccessivo di un “film in costume”. E per un po’ l’ho lasciato nel cassetto. Poi l’ho ripreso in mano, ne ho ascoltato nuovamente la gioia delle voci del coro, i tanti personaggi, l’ambientazione alla “Blues Brothers siciliano”, e mi sono buttato a scrivere il romanzo. Che è stato, a mia sorpresa, molto gioioso da scrivere.

Esordisci a 24 anni con La giovane Holding, pubblicato da Comix; prosegui con un noir psichedelico e un romanzo di formazione. A quanto mi pare di capire ti piace sperimentare. C’è un filo rosso che collega i tuoi lavori?

Beh, io sono da un certo punto di vista uno che si annoia a fare sempre la stessa cosa. Dunque cambiare registro è stata un’esigenza di “sopravvivenza”. Annoierei me stesso, prima che i miei lettori. Però, d’altro canto, credo che, come dice mio figlio, io scrivo sempre la stessa storia! Cambia il tono magari, l’ambientazione, lo stile, ma i miei temi sono sempre gli stessi: il lato oscuro dell’uomo, i rapporti conflittuali, padre-figlio, la fuga, la voglia di sognare un mondo migliore… Facendo un paragone musicale, a me piacciono i dischi e gli artisti che suonano fondamentalmente sempre la stessa canzone, anche se con sfumature diverse, piccoli slittamenti, sperimentazioni controllate. Dylan, Neil Young, Tom Waits…

Com’è stato il tuo approccio con l’editoria? Hai avuto difficoltà ad emergere e farti notare?

La difficoltà è costante a emergere tra le migliaia di libri pubblicati ogni anno, benche’ il mio ultimo romanzo sia stato pubblicato da Einaudi. Io, di mio, ci aggiungo una incapacità a frequentare le “cricche”, i salotti letterari, i sorrisi di circostanza. Ho un altro lavoro che mi permette una vita normale, dunque quando scrivo non voglio limitazioni o imposizioni dalle regole del mercato, o dalle tendenze, o dagli uomini marketing. È molto dura così, ma è la mia vita, devo essere sincero prima con me stesso e poi con chi mi legge. Quando scrivo io cerco la verità, non il successo, o una rubrica su qualche giornale.

È stato più soddisfacente vedere edito il tuo romanzo d’esordio o essere pubblicato da una grande casa editrice?

Beh, il primo romanzo è stata un’avventura un po’ folle e irresponsabile, che per fortuna è finita bene! Non ho rimpianti, anzi, mi sono molto divertito. Però, con tutto il rispetto, quando mi è arrivata a casa la bustona con le bozze del romanzo, con il logo “Giulio Einaudi Editore”, mi sono davvero emozionato…

Quale dei tuoi romanzi ha richiesto più tempo e difficoltà nella scrittura?

Io ho una scrittura molto veloce, ma che necessita di molto tempo per costruire l’architettura. Posso metterci anni su schemi e schemini per un libro, e pochi mesi per finire di scriverlo. Forse per il Duka ci ho messo un po’ di più, perché ho fatto tutte le ricerche storiche, ho viaggiato spesso per incontrare a Palermo gente che ha partecipato davvero al concerto di Duke Ellington nel 1970, ho dovuto organizzare molte più voci…

Esordire è difficile, specie se si considera che molti editori preferiscono guadagni sicuri alla valorizzazione di giovani capaci. Che consiglio ti senti di dare agli scrittori in erba?

Non so quanto i miei consigli possano essere utili. Sicuramente io posso dire che i “trucchetti” prima o poi vengono a galla. E che la qualità, alla lunga, paga. Se uno vuole fare lo scrittore, deve faticare sulla pagina bianca, non avere fretta, e scavare a fondo nelle storie. Il successo facile non esiste, e nemmeno, checché ne dica qualcuno, le regole per un libro di successo. I grandi scrittori, come i grandi musicisti, o i grandi artisti, si sporcano le mani, scavano, hanno il coraggio di cestinare una pagina non venuta bene. Leggi i diari della Pivano, quando racconta Hemingway al lavoro, e vengono i brividi: un gigante, che faceva letteralmente a pezzi la sua scrittura, perché non era convinto al duecento per cento. Se vuoi andare in televisione, però, quello che dico io non vale. Io appartengo alla “parrocchia” della scuola dura. Ma quando riesci a cogliere quell’attimo fuggente, anche uno solo, beh…

Si dice che ogni scrittore trasferisca sui propri personaggi alcune componenti del proprio carattere o della propria personalità. A quale ti senti più legato e quale rispecchia di più te stesso?

È innegabile che io parto sempre da me, da un’intuizione, da una storia, da quello che mi fa battere il cuore. E spesso uso cose che mi sono accadute, ma cerco di trasformarle, in funzione di una storia. In funzione di quello che “serve” alla storia. Se un personaggio deve morire, se serve alla storia, io lo faccio morire, anche se magari nella vita vera è il tabaccaio sotto casa che vive bello sereno e placido, o mio padre, o il mio migliore amico. E cerco di filtrare le emozioni dei personaggi che descrivo attraverso i miei occhi. Del resto ho solo i miei occhi per conoscere il mondo. Poi, magari, gli faccio fare cose che io non farei mai. Ma io scrivo storie, appunto, non romanzi autobiografici!

Al momento, stai lavorando a qualche altro romanzo?

Non parlo mai con facilità di ciò che ancora non è compiuto. Perché, come dicevo prima, non ho fretta, non voglio pressioni di alcun tipo. Quando penso che una storia sia pronta, è quello il momento di mandarla all’editore. Prima di riprendere in mano il Duka avevo cominciato a lavorare a un romanzo, piuttosto corposo. Il Duka mi è servito per prendere una boccata d’aria. Ora sono pronto per ricominciare. Ma, nel frattempo, in un giro promozionale del Duka a New York, dove ho fatto un reading musicale del libro, ho “incontrato” un’altra storia, più urgente, più immediata, e forse, chissà…

Lo staff di Elasticamente ti ringrazia molto per la tua disponibilità. In bocca al lupo per il futuro!

Sono io che ringrazio voi, e mi scuso tanto del ritardo con cui vi ho risposto. A presto!

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Intervista a Silvio Donà, autore di Nebbie

“Nebbie”, Silvio Donà, GEMS, 2012

Silvio Donà: laureato in legge, marito, padre e scrittore…passione o professione?

Vogliamo dire che sono uno scrittore che per hobby lavora nell’ufficio legale di una banca?

No, eh?

Battute sceme a parte, la scrittura è giocoforza una passione. Chiunque scriva e pubblichi in Italia, anche a buoni livelli, sa che vivere di scrittura è privilegio di pochissimi. Salvo alcune eccezioni (ma parliamo di Camilleri, di Faletti, di Ammaniti e non molti altri) la maggior parte degli autori italiani anche “famosi” deve fare altro, oltre a scrivere, per mettere insieme il pranzo con la cena. O, se hanno qualche esigenza in più, per mettere insieme il caviale con la Mercedes.

Quasi inutile precisare che io ho una Punto.

 Perché un lettore “seriale” dovrebbe avvicinarsi ai tuoi libri?

Se un lettore seriale cerca in uno scrittore qualcosa di specifico e si appassiona a lui per una certa sua particolarità, potrebbe faticare un po’ a trovare qualcosa di “tipico” e di ricorrente nelle cose che io scrivo.

Il mio romanzo di esordio “Pinocchio 2112” è di genere fantascientifico (anche se poi parla di amore per i libri e di scoperta della paternità); “Luisa ha le tette grosse” è un romanzo breve, ironico e amaro, su un quarantenne in crisi di identità che deve fare i conti con la morte dei suoi sogni; “Nebbie”, l’ultimo pubblicato (anche se è stato scritto prima degli altri due), è un romanzo che, incrociando la storia di tre donne appartenenti alla stessa famiglia, racconta il riemergere del ricordo di una violenza subita in famiglia dalla protagonista quando era bambina. Oltre ai romanzi negli anni ho pubblicato diversi racconti, alcuni comici, altri drammatici.
Nel 2011 il mio racconto “La mano del destino” ha vinto la XIV edizione del Premio Orme Gialle per racconti gialli/noir. Insomma mi piace spaziare, affrontare temi e generi diversissimi tra loro, anche se poi mi sforzo di darne, per quanto possibile, un’interpretazione personale. Nonostante questo ci sono lettori che hanno comprato tutti e tre i miei romanzi. La speranza è che sia perché pensano che io scriva bene. Magari invece è masochismo.

Nebbie” è uno dei 30 finalisti al concorso nazionale “IO SCRITTORE”. Quant’è grande la soddisfazione per essere riconosciuto valido tra migliaia di scrittori?

Quando ho iscritto “Nebbie” al Torneo “Io Scrittore” organizzato dalla Mauri Spagnol erano già usciti due miei romanzi con Leone Editore; la mia motivazione, quindi, non era solo quella di arrivare a pubblicare ma, più in particolare, di beneficiare, in caso di vittoria, di maggiore visibilità (la Mauri Spagnol, riunendo sotto la stessa sigla Longanesi, Garzanti, Corbaccio, Guanda, Salani e altre case editrici è ormai uno delle realtà editoriali più importanti del nostro paese).
Inoltre mi è piaciuta da subito la formula del torneo, il fatto che i vincitori siano decisi in base ai giudizi e alle valutazioni degli altri partecipanti, quindi di altri scrittori. Iscrivendomi ho pensato che, nella peggiore delle ipotesi, anche se fossi stato scartato, avrei comunque portato a casa di un certo numero di giudizi particolarmente qualificati sul mio lavoro. Sentire pronunciare il mio nome tra quello dei vincitori, alla cerimonia conclusiva al Festival della Letteratura di Mantova, è stata davvero una bella emozione.

Qual è il romanzo a cui ti senti più legato? Ce ne puoi parlare brevemente?

Per la verità i romanzi a cui sono più affezionato dormono ancora nella memoria del mio computer, in attesa di pubblicazione. Magari mi sbaglio, ma forse le cose migliori che ho scritto sono ancora inedite. Se proprio dovessi scegliere uno dei tre romanzi pubblicati, forse sceglierei “Pinocchio 2112”. Probabilmente perché il “primo nato” rappresenta un’emozione particolare, qualcosa difficile da scordare, ma anche perché, pur con qualche difetto, legato anche ai tempi molto stretti della sua pubblicazione, “Pinocchio 2112” è un romanzo con “un’anima”, se così posso dire. E il personaggio di Angelo, il “cercatore di libri”, mi è rimasto dentro.

 Il riscontro con i lettori è soddisfacente?

Non fingerò di avere alle spalle significativi successi di vendite, perché mi sentirei ridicolo. Gli esordienti che pubblicano con le piccole case editrici sanno che possono ritenersi soddisfatti se riescono a vendere 200 0 300 copie del loro libro. Molto spesso l’esordiente, specie se la casa editrice non è molto seria, vende solo le copie che lui stesso smista tra amici e parenti e neanche una copia in libreria.
Gli esordienti che riescono a vendere nell’ordine delle migliaia di copie con un piccolo editore sono rarissimi e possono vantarsi a ragione di essere dei “casi editoriali”. D’altronde anche una buona fetta degli esordienti che pubblicano con le grosse case editrici, laddove non sono sostenuti da forti campagne promozionali, non arrivano neppure vicino a esaurire la prima tiratura del loro libro (le fatidiche 5000 copie).
Diciamo che sono abbastanza soddisfatto delle vendite dei primi due romanzi che, pur restando nell’ordine delle centinaia, sono un po’ sopra alla media, e che spero che “Nebbie”, in quanto ebook e in quanto pubblicato da un editore importante, possa girare in misura superiore, regalandomi dei lettori in più.
Esaurito il discorso “numeri”, il gradimento sembra buono. “Pinocchio 2112”, per esempio, ha collezionato diverse recensioni positive in rete (basta cercare un po’ con Google), e il giudizio medio dei lettori di Anobii è attualmente di 4 stelle per tutti e tre i romanzi. Quest’ultima è una cosa a cui tengo particolarmente.

Si dice che gli scrittori trasferiscano sui protagonisti dei propri romanzi alcuni tratti caratteristici della propria personalità; c’è un personaggio al quale ti senti maggiormente vicino?

E’ inevitabile lasciar scivolare qualcosa di sé nei personaggi che si mettono su carta. Non nel senso che pensino e agiscano come l’autore (questo è un approccio che ogni autore appena un po’ scafato è in grado di evitare, dando vita a personaggi autonomi e non a sue banali riproduzioni), ma nel senso che anche un personaggio apparentemente molto diverso dall’autore può parlare di lui. Pensiamo, per fare un esempio banale, a un personaggio costruito con una serie di caratteristiche che l’autore odia, che gli danno fastidio. Per assurdo, quasi a sua insaputa, può rappresentare un suo doppio negativo.
Il protagonista di “Pinocchio 2112” assomiglia più a quello che vorrei essere che a quello che sono. Il protagonista di “Luisa ha le tette grosse” è schiacciato da un’amarezza e da un senso di sconfitta che non mi appartengono. Però nella frustrazione che avvelena la sua vita si sente sicuramente un’eco della frustrazione che vivevo nel periodo in cui ho scritto il romanzo; un periodo in cui avevo cominciato a proporre i miei romanzi alle case editrici, senza esito. A ben vedere, nonostante le vicende narrate siano (per fortuna) lontane dalle mie esperienze di vita, anche Elena, la protagonista di “Nebbie”, sul piano psicologico ha più di una sfumatura in comune con me.

Hai dei modelli letterari a cui ti ispiri o sei homo faber fortunae suae?

Ho autori che amo moltissimo e da cui spero di avere imparato qualche cosa. Ma non dei veri modelli. Non penso sia una forma di presunzione. Mi sembra piuttosto buon senso. Il lettore con un minimo di “occhio” individua presto gli scrittori che si rifanno troppo a dei modelli, che percorrono strade troppo conosciute, e li sente istintivamente come poco interessanti. Meglio allora rischiare di sbagliare in proprio.

Quello dell’editoria è un tema molto a cuore agli scrittori a cui piacerebbe esordire con i propri scritti. A quanto ho letto, mi pare di capire che anche per te non è stata un’impresa facile accostarsi ad una casa editrice seria. Ci racconti il tuo iter?

Ho cominciato a scrivere con un minimo di regolarità negli anni delle superiori. Un fiume di poesie e alcuni romanzi-polpettone, terribili, a scusante dei quali ho solo la mia giovane età. Intorno ai vent’anni ho smesso di provare a scrivere romanzi (per i quali non ero assolutamente pronto) e mi sono concentrato sui racconti. Una grande palestra per acquisire i ferri del mestiere.
Ho cominciato a partecipare ai concorsi letterari e quasi subito ho avuto dei risultati. Non si trattava di premi letterari di gran valore, ma mi hanno dato la voglia di continuare a scrivere.

E l’unico modo per imparare a scrivere è… scrivere, appunto.

Negli anni dell’università ci sono stati altri premi e la pubblicazione dei primi racconti in raccolte di autori esordienti editi da piccole case editrici. Pian piano nella mia congenita insicurezza si è insinuato il tarlo che, forse, un po’ di talento c’era.
Intorno alla trentina mi sono sentito pronto a affrontare di nuovo, questa volta con maggiori mezzi, il “passo lungo” del romanzo. La prima stesura di “Nebbie”, per esempio, risale al 1998/1999. Poi c’è stata una seconda stesura nel 2004 con la quale sono arrivato tra i tre finalisti di un premio che oggi è scomparso, ma che ha avuto un bellissima tradizione: il Premio Palazzo al Bosco. Già in quella occasione “Nebbie” andò a un passo dalla pubblicazione con Marsilio Editore.
Tra il 2005 e il 2008 ho cominciato a mandare i miei romanzi in visione alle case editrici. Collezionando i miei bei rifiuti (o la totale indifferenza senza nemmeno una risposta) dalle case editrici grosse e una serie di proposte di pubblicazione “a pagamento” da molte case editrici piccole. Che ho rifiutato. Fino all’incontro nel 2009 con Leone Editore, al quale avevo mandato una versione ancora un po’ acerba di un romanzo in cui credevo e che gli è piaciuto. Ho firmato un vero contratto editoriale, ho lavorato, in tempi molto stretti con un editor molto bravo, e per il mio quarantaquattresimo compleanno mi sono regalato la gioia di vedere “Pinocchio 2112” in giro per oltre 200 librerie in tutta Italia.
Di Leone Editore sono soddisfatto; si è dimostrato un editore corretto e professionale, che beneficia tra l’altro di un’ottima distribuzione (la PDE, il distributore della Feltrinelli, per capirci).
A luglio 2011 ho pubblicato, sempre con Leone Editore, “Luisa ha le tette grosse” e pochi mesi dopo, a settembre, è arrivata la notizia che “Nebbie” era tra i 30 vincitori del concorso “Io scrittore”. Per arrivare ad aprile di quest’anno alla pubblicazione in formato ebook di “Nebbie” con la Mauri Spagnol.

Editoria a pagamento sì, editoria a pagamento no?

Editoria a pagamento no.

Non solo la trovo sbagliata in linea di principio ma, nella stragrande maggioranza dei casi, si risolve in un vicolo cieco nel quale lo scrittore viene abbandonato dall’editore, che ha già realizzato il suo guadagno. Meglio allora l’auto-pubblicazione, sulla quale pure ho delle perplessità, ma che, per lo meno, ha costi molto più contenuti.
E’ fondamentale che passi nei giovani autori il concetto che lo scopo non è essere pubblicati, ma essere letti. Non significa nulla avere (a ogni costo) un libro col proprio nome stampato in copertina, se poi non lo legge praticamente nessuno.

Lo staff di Elasticamente ti ringrazia per la tua disponibilità. Ciao, e in bocca al lupo!

Un grazie a voi per il vostro interessamento e a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di arrivare in fondo a questa intervista.

Buone letture a tutti.

“Dove nasce il sole”, Valentina Marchese, Edizioni La Gru, 2010

Valentina Marchese, 28 anni, insegnante e scrittrice. Come è stato, e quando si è verificato, il tuo approccio alla scrittura?

Ho iniziato a scrivere poesie quando avevo poco più di 9 anni. Poi con l’adolescenza, sono arrivata ai racconti. Il mio primo romanzo, battuto con la macchina da scrivere è venuto fuori a 16 anni. Ho contattato un editore, mi ha conosciuto e seguito, mi ha fatto crescere nel settore con letture e studi vari. Mi ha proibito di scrivere per un po’. Poi mi ha lasciato libera, secondo lui ero pronta per scrivere qualcosa di buono. Aveva ragione, perché da lì è nato il mio primo breve racconto che lui stesso ha pubblicato subito.

Hai all’attivo quattro romanzi, con quattro case editrici differenti. Come è stato il tuo processo di avvicinamento all’editoria? Ci racconti brevemente il tuo iter?

Ho iniziato con un editore della mia città e una pubblicazione a livello regionale.

Poi sono passata a livello nazionale presentando  il primo romanzo anche nella capitale ricevendo parecchie soddisfazioni. Le ultime due case editrici mi sono state vicine, ma per esperienza, oggi posso dire che ognuno segue un suo iter pre e post pubblicazione. Quindi ho vissuto esperienze molto differenti tra loro.

Editoria a pagamento sì, editoria a pagamento no?

Editoria a pagamento no. Sono irremovibile su questo concetto. Credo semplicemente che un editore, se crede in un romanzo, lo pubblica e investe lui stesso su di esso e sull’autore, altrimenti decide di non pubblicare.

Qual è, secondo te, il tuo libro più riuscito dal punto di vista contenutistico? E da quello stilistico narratoriale?

Sono legata a tutti i miei libri, per motivi diversi, ma credo che Dove nasce il sole sia il più riuscito sia dal punto di vista contenutistico che da quello stilistico narratoriale, perché a differenza degli altri,  tratta una tematica molto forte, come la rielaborazione del lutto e soprattutto perché con gli anni, sono cresciuta, sono cambiata, anche il mio approccio con la scrittura si è evoluto e quindi per questo romanzo, credo di aver dato molto di più. Certamente ancora devo crescere molto, ho delle lacune che devo colmare, ma mi sto impegnando, leggendo e studiando diversi autori.

Se dovessi proporre un tuo romanzo ad un lettore, quale sceglieresti?

Sceglierei Amarti immensamente. L’amore vince sempre su tutto.

Scrittore e lettura: hai dei modelli a cui ti ispiri, o ti senti, per così dire, auto-didatta?

Fino a qualche tempo fa ero decisamente auto-didatta. Oggi mi sono resa conto che ho sbagliato ed è stato un grosso errore. Se voglio crescere posso farlo solo imparando da grandi autori.

Scrittore e lettore: com’è il riscontro dai lettori?

Le recensioni e i giudizi che ho ricevuto da chi ha letto i mie libri,sono state tutte positive. Non posso dire il contrario e ne sono felice. Devo rimediare solo sull’unico concetto negativo che mi hanno sottolineato la maggior parte dei lettori : far finire troppo presto i miei racconti. Ci sto lavorando su e ho promesso di accontentarli.

Si dice che lo scrittore trasferisca sui propri personaggi alcuni tratti peculiari della propria personalità. A quale personaggio dei tuoi romanzi ti senti maggiormente legata, e perché?

Sono legata a Rachel di Dove nasce il sole. Credo che lei in fondo è parte di me.  Il suo personaggio è venuto fuori molto facilmente. Non è stato difficile per me renderla viva, descriverla, immaginare di vederla, mentre raccontavo di lei.

Grazie per la tua disponibilità, e in bocca al lupo per il tuo futuro di scrittrice!

"Ultimi quaranta secondi della storia del mondo", Stefano Santarsiere, AbelBooks, 2011

Stefano Santarsiere, scrittore, vincitore del premio “Casa Sanremo Writers 2012” con Ultimi quaranta secondi della storia del mondo. Di cosa parla, in breve, il tuo romanzo?

 Si tratta di un thriller ambientato nei paesi della Basilicata, una regione suggestiva ma poco conosciuta. Si apre con l’omicidio di un prete, una morte venata di aspetti rituali, del tutto sorprendente in un ambiente in apparenza quieto. Ma intorno al dramma si sviluppano vicende personali che rivelano come la realtà nascosta del paese sia tutto, meno che innocua. Una sorta di ‘congiura degli innocenti’ che vede coinvolti un insegnante vedovo, una praticante di magia bianca, un giovane di ritorno dalla città, un ricercatore, una coppia di giornalisti spregiudicati e naturalmente il commissario di pubblica sicurezza, Antonio Sparagno. Sullo sfondo, un mondo permeato di fervore religioso non sempre ‘ortodosso’, e una madonna nera oggetto di ambigue venerazioni.

Il romanzo appare congegnato nei minimi particolari, i blocchi delle vicende scorrono paralleli, per poi cocciare l’uno con l’altro, intersecandosi. Quanto è stato difficile riuscire a far quadrare tutta la vicenda?

 E’ stato difficile ma anche esaltante. Ogni volta che i blocchi si allacciavano tra essi, si accendeva nuova energia narrativa e lo scrivere subiva un’accelerazione. Anche se mi piace sperimentare formule sempre nuove, un giorno riprenderò l’architettura di Ultimi perché è divertente per lo scrittore e – spero – intrigante per chi legge. Sotto questo aspetto posso dirti che il modello di partenza è stato ‘Il 42° parallelo’ di Dos Passos.

Leggendo la tua opera, ci si addentra in un mondo mistico e religioso. Quanto è durato il lavoro di ricerca, e che importanza ha avuto al fine della stesura del romanzo?

Ho cercato di calare questi argomenti nel quotidiano dei personaggi e nel loro vissuto, mescolando aspetti di forte realismo con altri di natura mistica. La ricerca è stata molto complessa soprattutto per questo: dovevo cercare gli elementi funzionali a questo approccio, che privilegia una sorta di positivismo rispetto all’aura esoterica. Volevo insomma un conflitto tra la razionalità e il soprannaturale, dove la prima tenta costantemente di assorbire il secondo. Credo che una parte importante del motore narrativo del romanzo risieda nello stupore dei protagonisti dinanzi all’inaspettato, e nel processo di elaborazione concettuale che essi tentano dinanzi alle scoperte che avvengono lungo il cammino. Quindi non mi sono accontentato di citare oscure fonti, ho raccontato i meccanismi rituali da un punto di vista antropologico e storico. E’ stata questa la sfida principale.

Si dice che lo scrittore abbia la tendenza a trasferire diversi tratti della propria personalità nei personaggi che crea. Qual è il personaggio al quale ti senti più vicino, e perché?

 Forse Roberto, il ragazzo che torna in paese per ritrovare il suo passato. Ma in generale c’è qualcosa di me in tutti loro, perfino nel giornalista – non propriamente un brav’uomo.

Perché un lettore che non conosce la tua opera, dovrebbe leggere un tuo romanzo?

Perché è una storia complessa ma credo affascinante, in un mondo (la Lucania) di cui si parla poco ma che riserva tanti motivi di interesse. E magari, anche, per farsi un’idea nuova sull’origine della nostra specie. Da dove veniamo, verso quale meta siamo destinati…

Nel 2005 hai pubblicato “L’arte di Khem”, nel 2011 “Ultimi quaranta secondi della storia del mondo”. Hai scritto racconti contenuti in antologie e fingerbooks. Com’è e come è stato il riscontro con il pubblico leggente?

 Molto istruttivo. A volte ho ottimi riscontri, a volte un po’ meno, ma chiunque legge ciò che scrivo mi aiuta a crescere come autore. Accolgo i giudizi con grandissimo interesse e vedo che attraverso essi posso migliorarmi sempre. In questo, trovo motivo di grande soddisfazione indipendentemente dal numero di lettori, che tuttavia spero sempre di accrescere.

 Com’è stato il tuo processo di formazione di lettore e scrittore?

 Parto dal presupposto che sono un patito di storie, fin da ragazzino leggevo molto e vedevo tantissimi film. In seguito ho iniziato a interrogarmi su come si costruisce un racconto, come funziona, quali tecniche richiede. Di pari passo ho iniziato a scrivere, ispirandomi ai miei autori preferiti, individuando i temi che mi affascinavano di più. Non ho mai smesso di leggere, per scoprire quanto multiforme sia la letteratura, ma nel frattempo scrivevo, mi interessavo di narratologia, frequentavo corsi di scrittura creativa. In fin dei conti credo che questo processo non sia ancora concluso, forse non si concluderà mai. E aggiungo, per fortuna.

 Quali sono i tuoi progetti futuri? Hai qualche romanzo già pronto in cascina?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, spero di concludere la prima stesura entro l’estate. Nel frattempo scrivo sul mio blog e propongo i miei racconti ad altri blog amici. Tutto ciò senza trascurare la promozione di Ultimi quaranta secondi e dei Fingerbooks pubblicati dalla EEE – Edizioni, che peraltro ha riproposto ‘L’arte di Khem’ in versione ebook.

Tu e l’editoria. Qual è stato il tuo iter personale?

All’inizio mi muovevo per tentativi, inviavo romanzi e racconti alle case e editrici e collezionavo rifiuti – o proposte scadenti. Il primo romanzo è stato accolto da Roberto Di Marco, Pendragon, che ci ha creduto molto, e per me è stato un onore, considerata la caratura del personaggio. In seguito ho avuto proposte da case editrici che curavano antologie a tema, come la Noubs edizioni con ‘Tutto il nero dell’Italia’, per scrivere racconti; oppure ho ottenuto piazzamenti di rilievo in concorsi letterari, come il Coop for Words 2008 per il racconto ‘All’ombra’, inserito nell’antologia ‘Pascoli è Precario’. Ultimi quaranta secondi è stato proposto alla Abelbooks da un’agenzia letteraria.

 Tre autori dai quali non puoi assolutamente prescindere sono…

 Charles Dickens, Ray Bradbury, Algernon Blackwood. Ma ce ne sono tanti altri…

 Ti ringraziamo molto per la tua disponibilità, e ti auguriamo un futuro letterario di successo. In bocca al lupo!

 Grazie a voi!

Intervista a Aura Conte, autrice di Purpureo

"Re-birth", Aura Conte, Edizioni il Pavone, 2009

Aura Conte, classe ’83, scrittrice, appassionata di musica, fotografia, arte… che cosa significa scrivere un libro?

Mi sono posta diverse volte la stessa domanda. Penso che scrittori si nasce anche se non ce ne rendiamo conto, è un lato nascosto della natura umana, la concezione del mondo per chi scrive si manifesta da piccoli con una forte passione e fantasia, quindi diventare scrittori è impossibile poiché asettico, una forzatura alla fantasia. Per me scrivere è mettere su carta la storia di una esistenza che ha stimolato la mia curiosità.

Facciamo finta che io sia un lettore che punta solo sui “grossi nomi” e che dunque non ti conosca. Perché dovrei leggere un tuo libro?

Perché il 90% dei libri pubblicati da grossi nomi è solo uno “scopiazzare” dai grandi del passato per guadagnare moneta, tante cover come nella musica, gli scrittori indipendenti non hanno bisogno di scopiazzare visto che sono consapevoli che vivono quest’arte per amore. I miei libri sono di diverso genere, pieni di colpi di scena e con un buon senso dell’umorismo spontaneo.

Cosa ha ispirato la saga horror-fantasy “Purpureo”? Senza anticipare troppo ai tuoi futuri lettori, di cosa parla?

Ho sempre scritto sin da piccolissima, durante la mia adolescenza avevo questo momento molto “Buffy” così ho scritto un piccolo ebook stile sceneggiatura chiamato “Cassandra e la maledizione dell’Ippogrifo”, tra magia, demoni e vampiri ma non riuscendo a unire alcune idee ho buttato giù la scaletta di Re-Birth e qualche pagina che ho ripreso subito dopo essermi diplomata nel 2002. È un fantasy sui vampiri tradizionali molto legato alla storia, sia dei personaggi che quella reale, visto che esso è una forma di conseguenza di tanti eventi accaduti nel passato di tutti protagonisti, che nel primo libro s’incontrano e da questo punto cercano di proseguire insieme. Ogni persona menzionata ha un ruolo ben preciso all’interno della saga. Il primo testo Re-Birth è diviso in 3 parti anche per questo motivo, una forma di crescendo e di maturazione alla ricerca della verità. Non è la solita tipologia di saga fantasy che vediamo per ora, i protagonisti hanno grandi difetti, non esiste la perfezione ma l’indipendenza, vi è odio, sangue, dolore, crescita e lotta.

Leggendo qualche tuo estratto in Internet, mi pare di capire che ti piaccia adottare uno stile che definirei “immediato”, fatto spesso di troncamenti, frasi spezzate e concitate. Segui uno schema mentale nello strutturare frasi e periodi o fai fluire le parole e a posteriori consideri la forma?

Seguo uno schema mentale ben preciso quando faccio certi troncamenti, però ho capito solo di recente che questo è lo stile in cui mi piace scrivere. Sono una lettrice accanita ma odio la categoria scrittori prolissi che si soffermano troppo su uno scenario, il lettore ha bisogno di una media res, deve riuscire a immedesimarsi nella storia nel minor tempo possibile e allo stesso tempo sognare, quando scrivi troppo, molto spesso, non offri tale opportunità. Il lettore deve sognare e per farlo deve essere il primo protagonista del libro. Un testo deve essere ritmico, scandito da un metronomo, ogni frase ha i suoi tempi.

Da uno a dieci, scrivere sul web per cercare di diffondere la tua creatività, quanta importanza ha avuto per formare la scrittrice che sei oggi?

10. Internet ti aiuta a esprimere il tuo vero io, se tu ami qualcosa o qualcuno ti offre l’opportunità di comunicare al 100% a riguardo, mi trovo molto spesso a fare questo tipo di discussione con quelli che pensano vi sia ancora una differenza tra reale e virtuale, ma da quando ci sono i social networks è una linea di demarcazione totalmente abbattuta. Comunicare per uno scrittore è tutto, quindi un mezzo come il web è un miracolo, aiuta per diffondere ciò che sei come scrittore ma anche essere umano, come vuoi essere visto agli occhi altrui e la solitudine è abbattuta, perché siamo tanti a questo mondo, quindi ci sarà di sicuro qualcuno lì fuori a cui piace ciò che scrivi, leggere lo stesso genere e vivere come vivi tu.

Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento?

"Parole indipendenti"

Dipende. Conosco i costi che ci vogliono per realizzare un testo cartaceo in Italia, ma la maggior parte degli editori indipendenti sono costretti a chiedere un contributo se non vogliono chiudere l’attività, il problema è che molti ne approfittano aumentando in maniera folle i prezzi per la pubblicazione e lo trovo infame. Pagare non offre sicurezze, ho sentito storie assurde di persone che pagano per essere pubblicati e dopo qualche mese sono costretti a comprare le copie invendute quindi spendere nuovamente soldi. Molti scrittori non si rendono conto che essere pubblicati è solo l’inizio, nessuno può assicurarti le vendite, quindi perché pagare senza assicurazioni? Se vuoi buttare i soldi fallo ma poi non lamentarti.

Parole Indipendenti è un progetto editoriale da te ideato in collaborazione con Edizioni il Pavone e Iside Onlus. Ce nepuoi parlare brevemente?

È stata un’idea arrivata dal nulla leggendo dei messaggi su twitter, quando la casa editrice Edizioni Il Pavone, fondata su mia idea, era agli albori. Centinaia di ragazzi e ragazze passavano la loro giornata promuovendo gruppi musicali, occuparsi di grafica e scrivere per ore. Così ho pensato di unirli insieme. Ma il mio scopo principale era non farli pagare e al tempo stesso farli conoscere ovunque, dare lo spazio a scrittori, grafici e futuri esperti di marketing di essere se stessi e guadagnare un compenso affine. L’unico modo che ho trovato erano gli ebook, ancora poco conosciuti in Italia durante Marzo 2010, ora sono di moda l’iPad, l’eReader e il Tablet. Il progetto è molto semplice ogni scrittore deve vendere 100 copie del suo testo in formato ebook (noi siamo presenti in tutti i maggiori stores online da IBS a Libreria Rizzoli, quindi ha un largo raggio di azione, nonché disponibili online quasi 7 giorni su 7), successivamente ha la possibilità di essere pubblicato in cartaceo oppure continuare in versione ebook e su ogni testo venduto guadagna un compenso sin dalla prima copia venduta.

Quali sono i pro e, se ci sono, i contro di tale progetto?

Senza giri di parole penso che sia l’ignoranza e il rifiuto “per moda” di odiare le nuove tecnologie, internet o l’evoluzione. Rifiuto del tutto stupido perché il primo a farne le spese sei tu.

Pubblicare con una grande casa editrice sarebbe per te…

Inutile. Mi taglierebbe le ali della libertà che ho adesso da indipendente e poi posso sempre portare avanti il progetto Parole Indipendenti con un mio testo se questo attira lettori. Certo avrei maggiore pubblicità con una mayor ma troppi compromessi, non sono qualcuno che scende a patti su ciò che amo. Preferisco essere indie e me stessa.

Quando è nato il tuo processo di formazione letteraria? Quali generi ed autori lo hanno alimentato?

Da piccola ero una sorta di bambina mostro che leggeva centinaia di fiabe e le piaceva andare a teatro per vedere cose noiose tratte da opere altrettanto tali. Così a 7/8 anni mi sono trovata a leggere il Re Lear di Shakespeare dopo averlo visto in teatro, penso che quello sia stato il primo vero autore che mi ha influenzato, vi era passione, fantasia, idee uniche. Stephen King, Sun Tzu, Dante, Omero, Jane Austen, scrittori classici per lo più.

Hai avuto un qualche tipo di sostegno alla scrittura, o sei in tutto e per tutto autodidatta?

Ho lottato… Volevo far la scrittrice già a poche ore di vita rubando la penna al medico e sono cresciuta avendo le idee chiarissime a riguardo, ma per fare ciò dovevo studiare in modo serio in scuole rigide. Sono stata fortunata perché i miei genitori non mi hanno imposto un percorso di studi o carriera, ma per il resto il sostegno è stato poco perché scuole rigide e serie, come il liceo classico, offrono molto spesso un blocco alla fantasia dei ragazzi basandosi più sulla forma che la riflessione. Però sapevo cosa stavo facendo quindi mi lamento con dei limiti. Qualsiasi cosa mi venisse detta su un tema sbagliato, incassavo il colpo, tornavo a casa e scrivevo un mio libro lontano da argomenti imposti. All’università è ovviamente stato tutto differente. Il sostegno è arrivato da tanti amici e conoscenti che lentamente, quando ho diffuso le mie storie via web o in fogli spillati A4, mi chiedevano sempre il seguito.

Vista la tua esperienza potrei farti moltissime altre domande. Concludo chiedendoti se hai qualche consiglio da dare agli amanti della scrittura che tengono chiusi a chiave i propri scritti, forse per paura, forse per disillusione.

Che se la disillusione e la paura sono dovute a delle insicurezze indotte dalla vita o persone, dovrebbero dar un bel calcio nelle parti basse e lottare per ciò che vogliono essere nella loro vita, scrittori in questo caso. Aprite il cassetto, uscite fuori i testi e leggete cento volte correggendo fin quando non è perfetto, poi trovate un modo per diffonderlo. Basta dubbi.

Lo staff di Elasticamente ti ringrazia per la tua disponibilità; un saluto ed in bocca al lupo per tutto!

Crepi il lupo e grazie a voi!

"L'ombra delle rose", Daniele De Stefano, Gruppo Albatros, 2011

Daniele De Stefano, diplomato geometra, ti occupi dell’attività di famiglia e scrivi. L’ombra delle rose è il tuo romanzo d’esordio. Di cosa parla?

L’ombra delle rose è un thriller-giallo velato da un contorno surreale. E’ l’intreccio di due storie ambientate in due epoche diverse: nella prima conosciamo un carismatico capitano di polizia che investiga, con l’aiuto di un professore d’esoterismo, su degli omicidi plurimi rimasti irrisolti per più di un secolo; delitti che col tempo e il mistero hanno alimentato il mito dell’ “ombra delle rose”, una figura demoniaca che usava “donare” ai suoi cadaveri delle rose nere come segno di riconoscenza. La seconda storia nasce con l’arrivo di un uomo misterioso, che si presenta ai due investigatori dicendo di aver vissuto quei momenti di terrore, nonostante siano trascorsi centocinquant’anni. Ecco che nascono i dubbi sulla sua età e, soprattutto, sulla veridicità dei suoi racconti che cominceranno, a dare sviluppo a tutto il romanzo, con un viaggio tra presente e passato.

Chi o che cosa ha ispirato l’opera? Che scrittori hai preso a modello?

E’ da tempo che ho conosciuto un genere che mi ha appassionato tantissimo, il genere del romanzo gotico, dove la storia d’amore si mischia al surreale. Bram Stoker ed il suo Dracula sono stati per me quella chiave d’ispirazione, che mi ha permesso di sviluppare il racconto, sebbene il mio romanzo non parli di vampiri.

Quanto conta la lettura nella formazione di un buon scrittore?

Parecchio! È fondamentale avere un bagaglio culturale ricco di vocaboli ed espressioni originali, che possano far innamorare il lettore, ma che servono anche per non commettere errori e in particolar modo per raccontare il tutto correttamente, senza perdersi in parole che possano essere eccessive e che rendano la lettura meno fluida. Secondo me è impossibile scrivere senza aver letto!

Hai cominciato il romanzo nel 2007 e l’hai portato a termine nel 2010. Sono stati quattro anni necessari? Hai avuto delle difficoltà nello strutturare al meglio la tua opera prima?

Probabilmente è un tempo abbastanza lungo, ma lo è stato perché non ci lavoravo costantemente anche perché, iniziando il romanzo, non avrei mai pensato di sottoporlo a qualcuno, e non rispettavo “tempi editoriali”. Poi, ovviamente, le difficoltà ci sono state, soprattutto per la poca esperienza e per dei dubbi circa la resa di alcune espressioni.

 
Come è stato il tuo approccio al mondo dell’editoria? E’ stato ostico trovare una casa editrice che puntasse sui giovani esordienti?

Per un autore esordiente è sempre duro l’inizio. Sono poche le case editrici disposte a “scommettere” su di lui, e non tutti possono affidarsi ad agenti editoriali che sono abbastanza dispendiosi. Quindi è stata dura!

Cosa ti senti di consigliare ai giovani scrittori che vorrebbero esordire con i loro scritti?

Parlando agli scrittori, quelli che hanno veramente questa passione, posso dire di non arrendersi ai primi “no”! E di non pensare che quei “no” siano dipesi dal fatto che il loro racconto sia scarso. Sicuramente quel famoso “no” dipende dalla mancanza di notorietà, che è l’unico segreto, per esempio, per poter pubblicare con la Mondadori o altre prestigiose case editrici.

Internet è il nuovo modo per far conoscere le proprie velleità letterarie. Hai tentato anche tu questa strada? Hai un qualche spazio internet in cui pubblichi i tuoi scritti non editi?

Di questi tempi, dove internet è il mezzo di comunicazione più potente al mondo, è necessario che un autore lo utilizzi per farsi conoscere. Credo che attiri più gente delle classiche presentazioni in libreria, che sono sempre fondamentali a livello locale, per cui utilizzo spesso internet e tengo aggiornato il mio sito web www.danydreamcatcher.com dove scrivo tutto ciò che concerne il libro: presentazioni, fiere, novità ecc.

Dove è possibile acquistare il tuo romanzo? E’ disponibile anche nella versione e-book?

Il Gruppo Albatros si affida al gruppo di distribuzione Arianna e dal sito www.ibuk.it c’è una lista completa delle librerie ordinate in base alle regioni. Ovviamente è disponibile anche on-line presso le migliori librerie virtuali ed è previsa la versione e-book presso il sito del Gruppo Albatros.

Ti stai dedicando alla scrittura di qualche altro romanzo?

Certamente. Di questo posso solo dire che è un genere abbastanza diverso, più fantascientifico dove, invece delle rose, saranno le stelle del cielo ad avere un ruolo significativo.

 Hai mai pensato o sognato di poter rendere quella di scrittore la tua professione?

Questo pensiero (che è un pensiero di chiunque pensi di scrivere un romanzo) l’ho sempre affrontato con i piedi di piombo. Riuscire a pubblicare un libro non è sinonimo di profitto assicurato! Bisogna andarci piano, lavorare tantissimo, acquisire molta notorietà e saper aspettare. Se poi frutterà quel tanto che basta per poterla considerare una professione, ben venga!

Ci stiamo impegnando, nel nostro piccolo, a far conoscere giovani scrittori esordienti. Grazie per la tua disponibilità, e in bocca al lupo per il futuro!

Crepi. Ringrazio voi per avermi concesso questa intervista e la possibilità di farmi conoscere attraverso il vostro blog. E’ stato un vero piacere!

"La vendetta dei pirati", Emanuela Ruggeri, Gruppo Albatros, 2011

Emanuela Ruggeri, studentessa di Letteratura e Linguistica all’Università di Roma e scrittrice. La vendetta dei pirati è il tuo romanzo d’esordio, di cosa parla?

Ciao a tutti!
La vendetta dei pirati, edito dal Gruppo Albatros il Filo, narra l’avventura di Mila Ligte, figlia del pirata più temuto dei sette mari. Fin da piccola sogna di poter seguire le sue orme ed entrare a far parte della ciurma della Drago Rosso, la nave dove è cresciuta; ma essere un pirata significa cancellare definitivamente ogni forma di pietà, non è una cosa per donne. Quando, però, il padre di Mila viene ucciso da Occhio Avvelenato, suo acerrimo nemico, la ragazza giura vendetta e, assieme al fratello e al suo amico Jimmy, tenterà di ritrovare il Marchio Oscuro per regolare definitivamente i conti con il suo capitano. E’ un romanzo a cui sono molto affezionata, soprattutto perché scritto quando ero molto piccola. Dopo sette anni dalla sua prima stesura, decisi di riprendere in mano le bozze per migliorare la scrittura, aggiungere nuovi capitoli e nuovi personaggi.

Sin da quando eri bambina ti diletti nella scrittura. Come e quando hai capito di avere del talento?

Ho cominciato a scrivere quando avevo dieci anni e d’allora ho inventato storie su storie, dedicandomi alla scrittura tutti i giorni. Non ho mai fatto leggere i miei scritti a nessuno, fatta eccezione per i miei familiari, che mi hanno sempre sostenuta e incoraggiata ad andare avanti. Ho sempre desiderato diventare una brava scrittrice. In realtà non c’è stato un momento preciso in cui ho capito di avere del talento, giudizio che preferisco lasciare ai lettori. Per me la scrittura è qualcosa di estremamente importante, qualcosa che mi appartiene. A volte la definisco un bisogno. Senza la scrittura non sarei più la stessa persona, questo è certo. Scrivo per passione e con il desiderio di emozionare le persone.

Pubblicare il proprio romanzo con una casa editrice seria è, ad oggi, molto difficile, specie per gli autori esordienti. Ci racconti il tuo iter?

Sono sincera: prima di pubblicare La vendetta dei pirati, non avevo un’idea precisa di come funzionasse l’editoria. Ero convinta che tutte le case editrici, fatta eccezione per le grandi, pubblicassero a pagamento. Ho lavorato al mio romanzo con l’intenzione di spedire il manoscritto al Gruppo Albatros, casa editrice molto pubblicizzata in quel periodo. Successivamente, ho avuto modo di conoscere altri autori ed editori e mi sono resa conto che l’editoria è un mondo vastissimo, in cui è necessario sapersi muovere bene ed essere sempre informati.

Internet permette di esprimere la propria creatività senza restrizioni. Hai pubblicato qualche lavoro in un tuo spazio web? Credi possa essere utile farlo per essere notati?

Non ho mai pubblicato nulla su internet, ma credo che possa essere utile. Ho avuto modo di leggere molti racconti pubblicati sul web. E’ sicuramente un’esperienza e un modo per farsi conoscere ad un vasto pubblico. Io mi servo di internet per promuovere il mio romanzo tramite social network o piccole presentazioni da parte dei blog. Ad ogni modo Internet è un ottimo strumento di promozione, su questo non ci sono dubbi, qualunque uso se ne faccia.

Chi sono i modelli di scrittura a cui ti ispiri? Sempre che tu ne abbia..

Ci sono tantissimi autori che ammiro, ma per La vendetta dei pirati mi sono ispirata a J.M. Barrie e a quella che ritengo la favola più bella: Peter Pan. In realtà mi sono sempre piaciute le storie sui pirati e le avventure in mare. Per questo, quando ho cominciato a scrivere, ho pensato che sarebbe stato per me molto divertente inventare un racconto sui bucanieri.

Un buon scrittore è anche un buon lettore?

Secondo me, sì. Un libro ci aiuta ad evadere dalla realtà, a conoscere nuovi mondi e nuove persone, e può aiutarci ad affrontare alcune problematiche della vita. Credo che i libri possano trasmettere messaggi forti e darci un insegnamento. Inoltre, leggere aiuta a migliorare la scrittura, a mio parere. Non bastano solo esercizio e costanza: occorre avere sempre un buon libro da leggere a portata di mano.

Hai qualche altro romanzo in cascina, pronto per essere stampato?

Sto lavorando ad un nuovo romanzo per ragazzi, ma prevedo tempi molto lunghi. Finché non sono soddisfatta del risultato, non ritengo finito il lavoro.

Con il mestiere di scrittore, a patto di non chiamarsi J.K. Rowling, non si campa. Ti senti pronta a sfondare definitivamente come scrittrice, o hai altre ambizioni nella vita?

Non nego che il mio sogno sia quello di fare la scrittrice a tempo pieno, ma mi rendo conto che è molto difficile. Adesso mi sto dedicando agli studi e alla scrittura: mi piacerebbe pubblicare altri romanzi e sarebbe bello lavorare con i libri, magari in una casa editrice.

Dove è possibile acquistare il tuo libro?

Il libro può essere ordinato in tutte le librerie, online o sul sito della casa editrice Il Filo Online

Far conoscere i giovani scrittori è importantissimo per non ristagnare sempre sui soliti grossi nomi. Grazie davvero per la tua disponibilità, e in bocca al lupo per il futuro!

Crepi il lupo e grazie a voi, per avermi dato la possibilità di far conoscere il mio romanzo. Un saluto a tutti i lettori!

Andrea Dilillo ci presenta il suo primo libro.

Non ce la farò mai a scrivere un libro di Andrea Dilillo.

Non ce la farò mai a scrivere un libro

"Non ce la farò mai a scrivere un libro", Andrea Dilillo, Aletti, 2010

Quando mi è stato proposto di scrivere una recensione al mio libro per questo blog…mi sono trovato subito in difficoltà, dunque ho proposto un’ intervista e mi è stato chiesto, molto marzullianamente, di provare una cosa strana: pormi delle domande e darmi delle risposte. Il mio primo pensiero è stato che un’auto-intervista è come la masturbazione: bella se lo fai da solo, ma molto più bella se te lo fa qualcun altro, però ho voluto provare e questo ne è il risultato.

Intervistatore: Come mai hai deciso di scrivere un libro?

Intervistato: In realtà non l’ho ancora ben capito, era uno dei miei più grandi sogni scrivere un libro, in più penso per una strana forma di…esibizionismo colto. L’Italia non è un paese di grandi lettori, ma ho notato che, scrivere un libro, è una cosa ancora considerata socialmente figa. La gente ti dice “wow, hai scritto un libro?! Stupendo!”, poi magari non lo leggerà mai, però già il fatto che l’hai scritto ti da un non so che.

Intervistatore: Di cosa parla?

Intervistato: Riprendendo le parole che si trovano sul retro del volume Non ce la farò mai a scrivere un libro è il disperato tentativo di un ragazzo, poco più che ventenne, di riuscire a realizzare la sua prima opera letteraria. Tra guardoni estremi, pittori autolesionisti, eroici violentatori e tanti altri personaggi l’autore si troverà a spingersi sempre di più nell’assurdità dell’animo umano, tra follia e grottesca ironia, nella speranza di riuscire a raggiungere la sua ambita e forse impossibile meta.”

Intervistatore: Cosa vuol dire, nel 2011, per un ragazzo di 25 anni, scrivere un libro?

Intervistato: Vuol dire avere tanta pazienza, non aspettarsi nulla e cercare di viverla come un gioco. Per scriverlo tutto mi ci sono voluti due anni e un altro intero anno per pubblicarlo. Sono stati tre anni…eh, duri, soprattutto l’ultimo, un anno pieno di incazzature e di attese interminabili.

Intervistatore: Cosa ti ispira, quando scrivi?

Intervistato: Lo schifo! Quando ho cominciato a scrivere il libro lavoravo in una palestra, passavo là dentro otto ore al giorno, facevo il custode e mi occupavo anche delle pulizie. Dovevo pulire dalle ventitré a mezzanotte. Molte delle storie, sarà poco poetico,  sono maturate pulendo cessi o sentendomi attaccare perché i cessi non erano abbastanza puliti. Soprattutto all’ inizio, riuscivo a creare meglio quando ero disgustato o arrabbiato.

Intervistatore: Io l’ho letto il tuo libro…mi ha fatto schifo.

Intervistato: Ma tu sei un pirla, il tuo parere non conta!

Intervistatore: Cos’hai provato quando hai preso in mano la prima copia?

Intervistato: In realtà è strano, pensavo di mettermi a piangere ma mi sono trattenuto. Ancora oggi, questo libro, riesce a darmi, nel riscontro con gli altri, strane sensazioni. I primi a cui ne ho dato una copia sono stati i miei genitori e mio padre l’ha subito aperto ed ha letto ad alta voce la prima riga…per me è stata come una pugnalata. E’ stata una sensazione orribile, come se venissi messo a nudo con una brutalità sconcertante, non me lo aspettavo. Un’altra esperienza strana è stata passare una settimana in montagna con una quindicina di miei amici e vederli spesso leggerlo. Ogni volta che accadeva pensavo “Dove sarà arrivato? Cosa ne penserà? Gli starà piacendo?”, però quella settimana mi ha fatto bene ed ora…sono molto meno noioso quando so che qualcuno lo sta leggendo. Ci sono state anche molte esperienze belle però, persone che non sentivo da tempo che mi hanno scritto per sapere se era vero che avevo pubblicato un libro, persone che mi hanno dimostrato la loro stima e che si sono complimentate con me per l’opera. Forse una delle sensazioni più belle l’ho avuta regalandone una copia a Nicola Manzan (polistrumentista che collabora con molti gruppi e impegnato nel progetto Bologna Violenta) e sentendo il suo entusiasta “porca puttana, grazie!”.

Intervistatore: Ed ora?

Intervistato: Ed ora cosa?

Intervistatore: Cosa farai ora?

Intervistato: Al momento sto continuando a “lavorare” sui miei due progetti musicali (i Mi son tagliato con la carta e i Marta sui Brugola), sto progettando alcune presentazioni del libro e sto facendo diverse ricerche per iniziare a scrivere il secondo.

Intervistatore: Di cosa parlerà?

Intervistato: Per ora cambio idee più o meno tutti i giorni, le uniche cose di cui sono abbastanza sicuro sono il finale, il fatto che il protagonista balbetterà e che, molto probabilmente, sarà ambientato in un’Italia a una quindicina di anni da oggi.

Intervistatore: Se qualcuno volesse, per motivi che mi sfuggono, contattarti?

Intervistato: La mia e-mail è dili86@alice.it , se siete ragazze carine specificatelo nella e-mail ,così vi rispondo prima!

Intervistatore: Grazie per il tempo…dedicatoti!

Intervistato: Oh, grazie a…me!

Razioistinto

Secondo capitolo della ricerca di autori esordienti.  Ammetto che la piccola prefazione del nostro giovane autore mi ha strappato un sorriso. Te ne devo atto Lillo, in due è meglio, tuttavia trovo che anche parlare con se stessi a volte può essere interessante. Penso che la mia amica mentequivoca abbia dei ricordi in merito.
Non mi sento di aggiungere altro alla presentazione dell’autore che trovo molto singolare e gradevole. Spero che alla fine tu ti sia ricreduto.