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“Ultimi quaranta secondi della storia del mondo”, Stefano Santarsiere, AbelBooks, 2011

Ultimi quaranta secondi della storia del mondo di Stefano Santarsiere è un romanzo capace di legare insieme le vicende e gli aspetti più disparati – e talvolta insospettabili – degli abitanti di un piccolo paese della Val d’Agri, in Basilicata.

La vicenda ha inizio con il misterioso omicidio di un parroco di paese, conosciuto e molto amato dai fedeli. Le indagini non sono solamente condotte in via ufficiale dalla polizia, vi sono infatti cittadini curiosi ed interessati al caso, oltre a persone che si ritrovano coinvolte in maniera del tutto causale ed indiretta.

I caratteri indagati dall’autore sono scandagliati in maniera precisa, tant’è vero che il lettore può immedesimarsi in ciascuno di essi, cogliendo gli aspetti più profondi della diverse personalità, comprendendo il perché dei differenti comportamenti e modi d’essere. A lettura conclusa è difficile scrollarsi di dosso la personalità marcata, forte e decisa del commissario Sparagno, i timori del professor Belisario, l’enigmatico temperamento di Vardegas, l’opportunismo del giornalista Coppola. La scelta di indagare un buon numero di protagonisti – è difficile asserire chi nell’opera abbia il ruolo più importante, e definirlo sulla base della maggior presenza nell’intreccio pare riduttivo – permette di capire come tutti, nessuno escluso, siano legati da un elemento unificante dal peso specifico notevole, una forza superiore che fa convergere verso lo stesso limite i personaggi, legati da un destino comune.

Al di là di ciò che riguarda direttamente l’aspetto mistico e il culto primordiale, che si rigenera nel presente, è doveroso segnalare la fine struttura dell’intreccio del romanzo, in grado di tenere il lettore sul filo del rasoio, grazie alla particolare struttura ad incastro degli avvenimenti. Come in un buon thriller che si rispetti, gli indizi e gli elementi chiave vengono gestiti col bilancino, resi espliciti gradualmente per accrescere il pathos della narrazione. Gli avvenimenti che riguardano i singoli personaggi si alternano in modo sistematico, per aggiornare costantemente il lettore sugli sviluppi delle diverse situazioni; è così possibile capire ed avvicinarsi in maniera progressiva a quel filo rosso che lega indissolubilmente i personaggi.

Giunti al termine del romanzo gli interrogativi vengono risolti, si rimane però con alcuni dubbi che riguardano l’aspetto mistico della narrazione; in quest’ottica – probabilmente – solo una rilettura del libro può garantire una comprensione più profonda della vicenda spirituale.

Hotel New Hampshire, John Irving

"Hotel New Hampshire", John Irving, Bompiani, 2000

Hotel New Hampshire di John Irving è un romanzo caratterizzato da una struttura narrativa organica, che ruota attorno alle vicissitudini di una sfortunata ed eccentrica famiglia americana. Il loro luogo di provenienza – come da titolo – è il New Hampshire, rappresentato come una distesa desolata, ma comunque luogo dal quale è difficile schiodare le proprie radici.
La famiglia Berry, nel corso degli anni, da avvio a numerose attività alberghiere in giro per il mondo – prima nella terra natia, poi a Vienna, per giungere poi nuovamente negli Stati Uniti, a New York City. Le vicende narrate riguardano in primis Win, il capofamiglia, ma grande importanza hanno anche le difficoltà, gli amori, le esperienze sessuali più o meno ortodosse e i successi dei numerosi figli dello stesso. Il nucleo famigliare, sempre compatto, verrà ad essere ridimensionato per il susseguirsi di tragedie, addii ed arrivederci, ma manterrà sempre quella coesione spesso messa a repentaglio dal destino e mai sciolta.

La capacità che l’autore ha avuto nella stesura del suo romanzo è stata quella di delineare con scrupolo le personalità dei protagonisti, perché proprio su queste è basata gran parte delle fondamenta del romanzo; ogni singolo personaggio è caratterizzato da peculiarità differenti, come Frank, il figlio maggiore, alle prese con la difficoltà nel convivere con la propria omosessualità, o Frannie, vittima di abusi in età adolescenziale e in seguito detentrice di un particolare rapporto col sesso.
L’io narrante dell’opera è il figlio di mezzo, John, attratto da sempre dalla sorella maggiore, al punto da desiderarla con insistenza; amante della palestra come il nonno Iowa Bob, e fedele accompagnatore del padre. Le vicende sono viste con i suoi occhi, lui che funge da vedetta, controlla i propri cari e si preoccupa di prevenirli da scelte sbagliate o azzardate. Ma nell’intrico creato da Irving c’è spazio anche per orsi e finti orsi, saltimbanchi e circensi, prostitute e giocatori di rugby, senza dimenticare giustizieri e turisti bonaccioni.

L’autore è in grado di dare coesione alle differenti vicende, facendo convivere individui con apparentemente nulla in comune, provenienti da mondi diversi, con concezioni di vita tra loro cozzanti. La scrittura adottata da Irving, inoltre, garantisce di dare piena figurazione ai caratteri delineati, dando ampio spazio ai discorsi diretti e ai botta e risposta, senza risparmiarsi nell’utilizzo di lessico colloquiale e talvolta crudo ed immediato.
Pecca del romanzo è quella di avere diversi punti morti, nei quali gli eventi non subiscono sviluppo e i personaggi non hanno alcun tipo di evoluzione; senza questi difetti di forma, probabilmente, si starebbe parlando di un grandissimo romanzo.

La svastica sul sole, Philip K. Dick

"La svastica sul sole", Philip Dick, Fanucci, 1962

Terribile è l’ucronia raccontata dallo statunitense Philip Dick nel suo più celebre e premiato romanzo La svastica sul sole. Edito anche con il titolo, fedelmente tradotto, L’uomo nell’alto castello, il romanzo immagina un presente alternativo: a partire dalla Seconda Guerra Mondiale il corso della storia avrebbe preso una piega diversa. Se non fosse l’Asse ad aver vinto la seconda Grande Guerra, ma gli Alleati? Ecco che subito si delinea un inquietante scenario in cui il nazismo continua a perpetuare i terribili crimini per i quali è conosciuto. Accanto ad esso, e alla Germania dunque, impera anche il Giappone. A farne le spese è la nazione più potente del mondo, gli Usa, la quale è stata spartita tra i due Stati dominanti, esattamente come avvenne per la Germania. Ed è su questo sfondo fantascientifico che si dipanano le vicende dei personaggi, girando tutte attorno al vero protagonista del romanzo: il libro più controverso dell’epoca, La cavalletta non si alzerà più, che altro non è che l’equivalente nel romanzo del libro di Dick. Saranno questo libro e il suo autore a svelare la sconvolgente verità sul mondo creato dallo scrittore, facendo sorgere inquietanti interrogativi anche sul nostro.

Edito per la prima volta nel 1962, il libro mantiene tutt’oggi il suo carattere innovativo. Ciò che emerge con inquietante chiarezza è che la vita dei personaggi è completamente dominata dall’I Ching, un testo oracolare cinese, divenuto indispensabile per comprendere tutti gli accadimenti, e che finisce per indirizzare le scelte dei personaggi più della loro stessa volontà. Perfettamente verosimile, il romanzo ha anche una valenza critica nei confronti di quelli che erano i connazionali di Dick: i giapponesi sono difatti rappresentati come la caricatura, ma non troppo, degli statunitensi, sempre prodighi a collezionare cianfrusaglie anziché oggetti di vero valore artistico. Dunque, la quasi completa mancanza di trama de La svastica sul sole non compromette il giudizio complessivo sul libro, il quale merita senza dubbio un posto d’eccellenza nella letteratura fantascientifica.

L’amore ai due poli, Riccardo Agostini

“L’amore ai due poli”, Riccardo Agostini, Edizioni La Gru, 2010

L’amore ai due poli, edito da “Edizioni La Gru”, è un breve romanzo scritto da Riccardo Agostini, nel quale si delineano con freschezza ed emozione i passi fondamentali della vita di ogni uomo, tra felicità, rammarichi e delusioni. Il tutto con l’amore come minimo comun denominatore.

Ago, studente di Lingue e Letterature all’Università di Perugia, incontra proprio negli anni più intensi della sua gioventù – quelli che mescolano gioia e divertimento, studio e bravate – la ragazza della sua vita. Il rapporto con la giovane Eva, così come con i compagni ed amici d’appartamento, costituisce il fulcro del libro, che appassiona, lasciando anche spazio a colpi di scena.

Il romanzo di Agostini è strutturato in maniera piuttosto semplice e lineare, e c’è da segnalare che per un libro di questo target, che punta ad emozionare il lettore, è stata una scelta del tutto azzeccata: un intreccio più articolato non avrebbe reso onore all’argomento trattato. La scrittura scorre in maniera piacevole, senza intoppi, capace di indirizzare il lettore ai contenuti profondi che il libro vuole comunicare. Molto apprezzabile è la concretezza di quanto viene narrato: la storia d’amore tra Riccardo “Ago” ed Eva non è trasognata, è altresì estremamente realistica, e ciò lo si evince sin dall’inizio della narrazione. I sentimenti vengono messi in primo piano, non sono platonici, ma giustificati dai fatti e dalle situazioni.

Un aspetto del libro che di sicuro potrà avvincere gli studenti – o ex tali – è la vita universitaria da fuori sede. La necessità di trovare per la prima volta un alloggio, lontani dalla protezione genitoriale, le esperienze fatte con i coinquilini, le nuove conoscenze, la festa; tutto ciò che fa da margine alla vita scolastica dello studente, ma che costituisce un perno fondamentale, che difficilmente si dimentica nell’età effettivamente adulta.

Ed infine c’è il viaggio. Tra l’Italia e la Grecia, tra la Grecia e l’Inghilterra, pensando a Dubai. Ci sono i sogni e i progetti di chi basa la propria vita sull’amore, facendo sacrifici, aspirando a qualcosa di migliore. Ma ci sono anche gli ostacoli, e si sa che non tutto è sormontabile…

“Dove nasce il sole”, Valentina Marchese, Edizioni La Gru, 2010

Valentina Marchese, 28 anni, insegnante e scrittrice. Come è stato, e quando si è verificato, il tuo approccio alla scrittura?

Ho iniziato a scrivere poesie quando avevo poco più di 9 anni. Poi con l’adolescenza, sono arrivata ai racconti. Il mio primo romanzo, battuto con la macchina da scrivere è venuto fuori a 16 anni. Ho contattato un editore, mi ha conosciuto e seguito, mi ha fatto crescere nel settore con letture e studi vari. Mi ha proibito di scrivere per un po’. Poi mi ha lasciato libera, secondo lui ero pronta per scrivere qualcosa di buono. Aveva ragione, perché da lì è nato il mio primo breve racconto che lui stesso ha pubblicato subito.

Hai all’attivo quattro romanzi, con quattro case editrici differenti. Come è stato il tuo processo di avvicinamento all’editoria? Ci racconti brevemente il tuo iter?

Ho iniziato con un editore della mia città e una pubblicazione a livello regionale.

Poi sono passata a livello nazionale presentando  il primo romanzo anche nella capitale ricevendo parecchie soddisfazioni. Le ultime due case editrici mi sono state vicine, ma per esperienza, oggi posso dire che ognuno segue un suo iter pre e post pubblicazione. Quindi ho vissuto esperienze molto differenti tra loro.

Editoria a pagamento sì, editoria a pagamento no?

Editoria a pagamento no. Sono irremovibile su questo concetto. Credo semplicemente che un editore, se crede in un romanzo, lo pubblica e investe lui stesso su di esso e sull’autore, altrimenti decide di non pubblicare.

Qual è, secondo te, il tuo libro più riuscito dal punto di vista contenutistico? E da quello stilistico narratoriale?

Sono legata a tutti i miei libri, per motivi diversi, ma credo che Dove nasce il sole sia il più riuscito sia dal punto di vista contenutistico che da quello stilistico narratoriale, perché a differenza degli altri,  tratta una tematica molto forte, come la rielaborazione del lutto e soprattutto perché con gli anni, sono cresciuta, sono cambiata, anche il mio approccio con la scrittura si è evoluto e quindi per questo romanzo, credo di aver dato molto di più. Certamente ancora devo crescere molto, ho delle lacune che devo colmare, ma mi sto impegnando, leggendo e studiando diversi autori.

Se dovessi proporre un tuo romanzo ad un lettore, quale sceglieresti?

Sceglierei Amarti immensamente. L’amore vince sempre su tutto.

Scrittore e lettura: hai dei modelli a cui ti ispiri, o ti senti, per così dire, auto-didatta?

Fino a qualche tempo fa ero decisamente auto-didatta. Oggi mi sono resa conto che ho sbagliato ed è stato un grosso errore. Se voglio crescere posso farlo solo imparando da grandi autori.

Scrittore e lettore: com’è il riscontro dai lettori?

Le recensioni e i giudizi che ho ricevuto da chi ha letto i mie libri,sono state tutte positive. Non posso dire il contrario e ne sono felice. Devo rimediare solo sull’unico concetto negativo che mi hanno sottolineato la maggior parte dei lettori : far finire troppo presto i miei racconti. Ci sto lavorando su e ho promesso di accontentarli.

Si dice che lo scrittore trasferisca sui propri personaggi alcuni tratti peculiari della propria personalità. A quale personaggio dei tuoi romanzi ti senti maggiormente legata, e perché?

Sono legata a Rachel di Dove nasce il sole. Credo che lei in fondo è parte di me.  Il suo personaggio è venuto fuori molto facilmente. Non è stato difficile per me renderla viva, descriverla, immaginare di vederla, mentre raccontavo di lei.

Grazie per la tua disponibilità, e in bocca al lupo per il tuo futuro di scrittrice!

Dove nasce il sole, Valentina Marchese

“Dove nasce il sole”, Valentina Marchese, Edizioni La Gru, 2010

Non è possibile considerare Dove nasce il sole di Valentina Marchese come un romanzo, bensì  è lecito parlare di short story, un racconto di media lunghezza, che bada al sodo della narrazione, delineando in maniera essenziale i personaggi, e concentrandosi in maniera mirata, seppur sbrigativa, sulla psicologia dei caratteri indagati.

Rachel, ragazza di origini italiane, vive a Chicago, nei pressi di Melroce Park. Dopo essere riuscita ad ottenere un contratto per la pubblicazione del suo primo libro, perde apparentemente l’uso della parola, chiudendosi in se stessa. La madre, preoccupata, si rivolge a degli specialisti per trovare risposte sullo stato di salute della figlia; sarà compito della dottoressa Benson riportare alla vita Rachel, schiodandola dal suo mutismo forzato.

L’autrice dimostra una buona capacità nello strutturare le fila della narrazione, optando per un intreccio alternato, capace di mettere in risalto le vicende personali di Rachel e della dottoressa Benson, che giungono inevitabilmente ad intrecciarsi. Il parallelismo tra le vite dell’una e dell’altra protagonista è piuttosto marcato, se si considera la felicità nella realizzazione di se stesse e la conseguente disfatta morale, che porta a sgretolare le fondamenta del proprio universo in fase di sviluppo e maturazione.
Due giovani ragazze che si aiuteranno l’un l’altra, volontariamente e non, ad uscire da una situazione precaria, alla quale solo il sostegno reciproco può portare beneficio concreto. L’utilizzo di digressioni costanti e la narrazione sfasata su piani temporali differenti permette di mantenere sostenuta l’attenzione nel lettore, che non può non proseguire nella lettura per raccogliere progressivamente i particolari che portano allo scioglimento della questione centrale.

L’utilizzo generoso del discorso diretto è un punto di forza della narrazione, in quanto garantisce una lettura scorrevole e veloce, che non potrebbe essere altrimenti, considerando la natura del libro; una scrittura artificiosa o troppo prosastica sarebbe risultata del tutto fuori luogo. La Marchese con quest’opera pubblicata da “Edizioni La Gru” nel 2010, dimostra una capacità di scrittura di sicuro buona, da valorizzare, perché no, in lavori più corposi ed articolati.

Meridiano di sangue, Cormac McCarthy

“Meridiano di sangue”, Cormac McCarthy, Einaudi

È nel 1849, al confine tra Stati Uniti e Messico, che si svolge la cruenta storia di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. La narrazione si concentra attorno ad un personaggio in particolare, chiamato dall’autore semplicemente Il ragazzo, ma questo non è che un pretesto per descrivere il vero protagonista del romanzo, ovvero il Male, che nel caso specifico si incarna in una banda di cacciatori di scalpi, alla cui guida risiede Glanton, un personaggio storico realmente esistito.
Il giovanissimo ragazzo, fuggito dal padre alcolizzato, per una serie di sfortunati eventi si ritroverà arruolato nella banda di Glanton. Al fianco di quest’ultimo si staglia l’imponente figura del giudice Holden, un uomo enorme e feroce, la soggezione e reverenza nei riguardi del quale è accentuata dal fatto di essere completamente glabro. Il gruppo, composto di spostati e reietti senza scrupoli, vaga in questi luoghi uccidendo brutalmente, scalpando e depredando chiunque abbia la sfortuna di incontrarli, siano essi uomini o animali. In questa scia di sangue si avvierà la formazione intellettuale e morale del ragazzo, il quale sarà brutalmente iniziato all’insana vita del West.

Il pluripremiato McCarthy con questo romanzo ha dato voce alla sua concezione della natura umana, la quale sarebbe pervasa invariabilmente dal Male, che si manifesta sotto forma di una terribile e immotivata violenza. Lo stile è scarno, crudo come gli uomini di cui racconta, e spesso accidentato e tortuoso come la natura selvaggia e impassibile in cui essi sono costretti a vivere. Dunque la prosa utilizzata dall’autore si ben adatta alla narrazione: se per esprimere un concetto ci vogliono venti parole, McCarthy ne usa dieci, e sceglie le più spietate ed evocative.
Emblematica è la caratteristica del libro per la quale al personaggio principale, al contrario degli altri, non viene assegnato alcun nome, egli viene chiamato semplicemente Il ragazzo; così facendo si vuole assolutizzare la sua esperienza, evidenziare il fatto che tutti sono Il ragazzo e Il ragazzo è tutti. Ma se davvero è così, che speranza c’è per l’uomo? McCarthy direbbe nessuna, perché l’inferno in Terra narrato in questo romanzo – la cui manifestazione più alta è svelata dalla macabra e grottesca danza del Diavolo che ha preso le sembianze di un uomo maestoso e glabro – altro non è che l’inferno dell’uomo, l’inferno del lato torbido e senza possibilità di redenzione dell’uomo, un inferno in cui non esiste alcun deus ex machina pronto a intervenire per salvare “i buoni”, perché di “buoni” non ce ne sono.

La casa del tempo sospeso, Mariam Petrosjan

“La casa del tempo sospeso”, Mariam Petrosjan, Salani, 2011

Opera prima dell’autrice armena Mariam Petrosjan, La casa del tempo sospeso è tutto fuorché un fantasy, come è spesso considerata. Il romanzo si configura da subito come un intenso viaggio senza tempo all’interno delle mura di una casa di cura per bambini e adolescenti disabili, meglio conosciuta semplicemente come “La Casa”. Gli abitanti dell’istituto si dividono in due categorie: da una parte i pazienti, i quali, una volta entrati nella Casa, dimenticano il proprio nome e con esso la propria vita passata, e sono conosciuti solamente con il loro soprannome, deciso in base a qualche caratteristica fisica o del carattere;  dall’altra gli educatori – anch’essi da noi conosciuti con il nome deciso nella Casa – che non sempre riescono a mantenersi nel mondo reale.
La Casa ha regole tutte sue che niente hanno a che vedere con quelle della vita all’infuori di essa, l’Esteriorità; affianco a tali regole vi è tutta una serie di bizzarri – e a volte macabri – rituali e comportamenti, che danno vita a vere a proprie storie immaginarie se viste dall’esterno, ma profondamente vere e vissute dall’interno. La Casa, difatti, vive di vita propria, e non si capisce se siano gli abitanti a diventare parte di essa, o se sia lei a prendere vita in quanto parte dei ragazzi che vi alloggiano; a dimostrazione di ciò, il tempo non scorre in modo lineare, ma si dilata e si contrae secondo la volontà della Casa e quella dei suoi abitanti.

Dieci sono gli anni occorsi all’autrice per terminare quest’opera, che si caratterizza come un romanzo visionario, folle, allucinato, spesso illogico, ma impetuoso come pochi altri sanno essere. Quasi 900 pagine che risucchiano il lettore in un vortice di non-sense, vaneggiamenti e incongruenze, ma anche di amicizia, amore, sogni e speranze. Sì perché i residenti della Casa, seppur con le loro stravaganze, ci appaiono pienamente umani e, all’interno del loro mondo, totalmente e indiscutibilmente “normali”; gli unici handicap dei ragazzini cui veniamo a conoscenza, li apprendiamo tramite i soprannomi, perché è difficile se non impossibile trovarne delle descrizioni. Tra bizzarre avventure e dialoghi folli, i ragazzi si trovano a dover affrontare la prova più importante e dolorosa che la Casa pone loro di fronte: decidere se rimanere ancorati per sempre all’infanzia, oppure saltare nell’Esteriorità e crescere, approdando definitivamente nel mondo degli adulti.
La Petrosyan ha reso a tal punto reali e vivi i protagonisti, che, dopo aver terminato e chiuso il libro, una strana morsa di malinconia attanaglia lo stomaco e si prova l’irrefrenabile impulso di riaprirlo e ricominciarlo daccapo. A distanza di mesi dalla fine della lettura permane ancora un’insolita nostalgia e l’ancora più insolita sensazione che da un momento all’altro Lord, Cieco, Sciacallo, Sfinge e tutti gli altri (anti)eroi, svoltino l’angolo per portarmi un saluto.

11, Mark Watson

"11", Mark Watson, Einaudi, 2011

Edito nel 2010, 11 di Mark Watson narra le vicende professionali e sentimentali di Xavier Ireland, un dj radiofonico londinese, il quale, nel suo programma notturno, dispensa consigli frettolosi e spesso conditi da luoghi comuni ai cosiddetti “ascoltatori della notte”, ovvero persone comuni che a causa dei più svariati problemi soffrono d’insonnia. Al contrario di quanto fa in radio, Xavier – nella vita quotidiana – si astiene dal compiere qualsiasi intervento nella vita delle persone, giustificandosi con la massima “quel che deve accadere, accadrà”, non sapendo – e pagando lui stesso le spese di questo comportamento – che non c’è niente di più sbagliato. Difatti, è proprio perché un giorno decide di non aiutare un ragazzino in difficoltà che la sua vita e quella di altre undici persone saranno investite da un vortice di eventi dalle conseguenze travolgenti.

Einaudi è spesso garanzia di qualità, e anche questa volta non delude le aspettative. Il romanzo può essere soggetto a più chiavi di lettura, a seconda del lettore. Una lettura superficiale può rivelare un libro piacevole, che scorre senza troppi ostacoli e che alla fine lascia un buon ricordo. Ma se la trama generale può – di per sé – non rivelare grandi qualità soprattutto dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi e della linearità dell’intreccio, la struttura del romanzo ne costituisce l’elemento di originalità. Mascherato dietro un velo di leggerezza, si staglia il vero e complesso tema del romanzo, ovvero la stretta relazione di interdipendenza che in modo naturale lega tra loro le vite di persone che nemmeno si conoscono.
Il libro mette in luce come una ordinaria e, a primo acchito, innocua azione coinvolga – e spesso stravolga – con un irrevocabile effetto a catena la vita di moltissime persone; e cosa ancor più sconvolgente è notare come questo fenomeno avvenga anche per la semplice mancanza di un’azione, perché d’altronde l’astenersi dallo scegliere è pur sempre una scelta. Evocativa, a questo proposito, è l’immagine, presa in prestito dal matematico Lorenz, per cui il battito delle ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas; con ciò si vuole evidenziare come la più piccola azione può provocare conseguenze molto più grandi, modificando inconsapevolmente e irrimediabilmente la vita di persone che nemmeno immaginiamo esistano.

"Ultimi quaranta secondi della storia del mondo", Stefano Santarsiere, AbelBooks, 2011

Stefano Santarsiere, scrittore, vincitore del premio “Casa Sanremo Writers 2012” con Ultimi quaranta secondi della storia del mondo. Di cosa parla, in breve, il tuo romanzo?

 Si tratta di un thriller ambientato nei paesi della Basilicata, una regione suggestiva ma poco conosciuta. Si apre con l’omicidio di un prete, una morte venata di aspetti rituali, del tutto sorprendente in un ambiente in apparenza quieto. Ma intorno al dramma si sviluppano vicende personali che rivelano come la realtà nascosta del paese sia tutto, meno che innocua. Una sorta di ‘congiura degli innocenti’ che vede coinvolti un insegnante vedovo, una praticante di magia bianca, un giovane di ritorno dalla città, un ricercatore, una coppia di giornalisti spregiudicati e naturalmente il commissario di pubblica sicurezza, Antonio Sparagno. Sullo sfondo, un mondo permeato di fervore religioso non sempre ‘ortodosso’, e una madonna nera oggetto di ambigue venerazioni.

Il romanzo appare congegnato nei minimi particolari, i blocchi delle vicende scorrono paralleli, per poi cocciare l’uno con l’altro, intersecandosi. Quanto è stato difficile riuscire a far quadrare tutta la vicenda?

 E’ stato difficile ma anche esaltante. Ogni volta che i blocchi si allacciavano tra essi, si accendeva nuova energia narrativa e lo scrivere subiva un’accelerazione. Anche se mi piace sperimentare formule sempre nuove, un giorno riprenderò l’architettura di Ultimi perché è divertente per lo scrittore e – spero – intrigante per chi legge. Sotto questo aspetto posso dirti che il modello di partenza è stato ‘Il 42° parallelo’ di Dos Passos.

Leggendo la tua opera, ci si addentra in un mondo mistico e religioso. Quanto è durato il lavoro di ricerca, e che importanza ha avuto al fine della stesura del romanzo?

Ho cercato di calare questi argomenti nel quotidiano dei personaggi e nel loro vissuto, mescolando aspetti di forte realismo con altri di natura mistica. La ricerca è stata molto complessa soprattutto per questo: dovevo cercare gli elementi funzionali a questo approccio, che privilegia una sorta di positivismo rispetto all’aura esoterica. Volevo insomma un conflitto tra la razionalità e il soprannaturale, dove la prima tenta costantemente di assorbire il secondo. Credo che una parte importante del motore narrativo del romanzo risieda nello stupore dei protagonisti dinanzi all’inaspettato, e nel processo di elaborazione concettuale che essi tentano dinanzi alle scoperte che avvengono lungo il cammino. Quindi non mi sono accontentato di citare oscure fonti, ho raccontato i meccanismi rituali da un punto di vista antropologico e storico. E’ stata questa la sfida principale.

Si dice che lo scrittore abbia la tendenza a trasferire diversi tratti della propria personalità nei personaggi che crea. Qual è il personaggio al quale ti senti più vicino, e perché?

 Forse Roberto, il ragazzo che torna in paese per ritrovare il suo passato. Ma in generale c’è qualcosa di me in tutti loro, perfino nel giornalista – non propriamente un brav’uomo.

Perché un lettore che non conosce la tua opera, dovrebbe leggere un tuo romanzo?

Perché è una storia complessa ma credo affascinante, in un mondo (la Lucania) di cui si parla poco ma che riserva tanti motivi di interesse. E magari, anche, per farsi un’idea nuova sull’origine della nostra specie. Da dove veniamo, verso quale meta siamo destinati…

Nel 2005 hai pubblicato “L’arte di Khem”, nel 2011 “Ultimi quaranta secondi della storia del mondo”. Hai scritto racconti contenuti in antologie e fingerbooks. Com’è e come è stato il riscontro con il pubblico leggente?

 Molto istruttivo. A volte ho ottimi riscontri, a volte un po’ meno, ma chiunque legge ciò che scrivo mi aiuta a crescere come autore. Accolgo i giudizi con grandissimo interesse e vedo che attraverso essi posso migliorarmi sempre. In questo, trovo motivo di grande soddisfazione indipendentemente dal numero di lettori, che tuttavia spero sempre di accrescere.

 Com’è stato il tuo processo di formazione di lettore e scrittore?

 Parto dal presupposto che sono un patito di storie, fin da ragazzino leggevo molto e vedevo tantissimi film. In seguito ho iniziato a interrogarmi su come si costruisce un racconto, come funziona, quali tecniche richiede. Di pari passo ho iniziato a scrivere, ispirandomi ai miei autori preferiti, individuando i temi che mi affascinavano di più. Non ho mai smesso di leggere, per scoprire quanto multiforme sia la letteratura, ma nel frattempo scrivevo, mi interessavo di narratologia, frequentavo corsi di scrittura creativa. In fin dei conti credo che questo processo non sia ancora concluso, forse non si concluderà mai. E aggiungo, per fortuna.

 Quali sono i tuoi progetti futuri? Hai qualche romanzo già pronto in cascina?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, spero di concludere la prima stesura entro l’estate. Nel frattempo scrivo sul mio blog e propongo i miei racconti ad altri blog amici. Tutto ciò senza trascurare la promozione di Ultimi quaranta secondi e dei Fingerbooks pubblicati dalla EEE – Edizioni, che peraltro ha riproposto ‘L’arte di Khem’ in versione ebook.

Tu e l’editoria. Qual è stato il tuo iter personale?

All’inizio mi muovevo per tentativi, inviavo romanzi e racconti alle case e editrici e collezionavo rifiuti – o proposte scadenti. Il primo romanzo è stato accolto da Roberto Di Marco, Pendragon, che ci ha creduto molto, e per me è stato un onore, considerata la caratura del personaggio. In seguito ho avuto proposte da case editrici che curavano antologie a tema, come la Noubs edizioni con ‘Tutto il nero dell’Italia’, per scrivere racconti; oppure ho ottenuto piazzamenti di rilievo in concorsi letterari, come il Coop for Words 2008 per il racconto ‘All’ombra’, inserito nell’antologia ‘Pascoli è Precario’. Ultimi quaranta secondi è stato proposto alla Abelbooks da un’agenzia letteraria.

 Tre autori dai quali non puoi assolutamente prescindere sono…

 Charles Dickens, Ray Bradbury, Algernon Blackwood. Ma ce ne sono tanti altri…

 Ti ringraziamo molto per la tua disponibilità, e ti auguriamo un futuro letterario di successo. In bocca al lupo!

 Grazie a voi!