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Uno studio in rosso, Arthur Conan Doyle

"Uno studio in rosso", Arthur Conan Doyle, Mondadori

Primo tra i romanzi di Arthur Conan Doyle con protagonista il famoso investigatore privato Sherlock Holmes, Uno studio in rosso è un giallo davvero ben congegnato. Raccontato in prima persona da Watson, il libro inizia con il casuale e fortuito incontro tra Sherlock Holmes e il dottor Watson, i quali si ritroveranno a condividere il medesimo appartamento e a dividerne le spese. La personalità eccentrica e impetuosa di Holmes intrappolerà in una rete di curiosità quello che diventerà il suo più fidato collaboratore, coinvolgendolo nelle indagini del caso cui Holmes sta lavorando. Il cadavere di un tedesco è stato ritrovato in una casa disabitata, il corpo non presenta ferite ma è ricoperto di sangue: questo il misterioso e intricato assassinio di cui i protagonisti dovranno tirare le fila.

Il romanzo è suddiviso in due parti: nella prima veniamo a conoscenza dei fatti e, attraverso i tortuosi e – a primo acchito – indecifrabili percorsi cui Sherlock Holmes ci conduce, scopriamo chi è il colpevole; nella seconda parte è narrata la vicenda che ha portato all’omicidio, e viene spiegato il filo conduttore dei ragionamenti del detective che hanno portato alla cattura dell’assassino.
La chiave di volta del romanzo di Doyle è certamente la figura del protagonista, senza la quale il libro risulterebbe un giallo piacevole e nulla più. La personalità travolgente e sopra le righe di Sherlock Holmes è ciò che tiene il lettore con il naso incollato al libro. Interessante è la spiegazione che il protagonista stesso fa del suo metodo di lavoro; egli, infatti, individua due caratteristiche che un buon investigatore deve possedere: l’osservazione e la deduzione. Una non implica l’altra e una non può prescindere dall’altra. È solo mediante un’accurata osservazione dei fatti e delle prove – senza macchiarsi di inutili e dannosi preconcetti – e l’applicazione meticolosa dell’analisi logica, caratteristica peculiare di Holmes, che anche il caso all’apparenza più complesso risulta essere di una semplicità disarmante, tanto da far esclamare più volte il protagonista: “Elementare, Watson!”.

Memorie di una Geisha, Arthur Golden

"Memorie di una Geisha", Arthur Golden, TEA

Sono gli anni ’30 in un piccolo paesino giapponese di nome Yoroido, ed è qui che ha inizio Memorie di una Geisha di Arthur Golden; ed è anche il posto e il luogo in cui nacque quella che diventò la più famosa geisha di tutto il Giappone, nata Chiyo e conosciuta come Sayuri. Venduta dal padre, Chiyo passerà dalla povera ma tranquilla e libera vita di compagna, alla frenetica e rigida disciplina richiesta negli okiya – le case in cui vivono le geishe – del famoso quartiere Gion di Kyoto. È a questo punto che il romanzo ha veramente inizio, con le dettagliate e precise descrizioni della vita di una Geisha, dalla sua istruzione, al suo vestiario e trucco, passando per le sue mansioni all’interno dell’okiya. Immerso nella splendida celebrazione che il libro fa di un’epoca e di uno stile di vita ormai quasi scomparsi, il lettore conoscerà quali sono le gratificazioni e i successi che l’essere geisha fornisce, ma anche i doveri e soprattutto i severi divieti che tale condizione comporta.

Il motivo del grande successo che Memorie di una Geisha ha riscontrato e tuttora riscontra risiede sicuramente nei dieci anni di ricerca occorsi all’autore per redigere il romanzo; anni che hanno contribuito ad evocare in modo impetuoso e diretto l’atmosfera del tempo e, in maniera decisiva a particolareggiare e a descrivere fedelmente la vita e le abitudini di quelle strane creature chiamate geishe. Ed è proprio questa ricchezza di dettagli che viene maggiormente apprezzata dal lettore, in quanto è ciò che consente di comprendere una cultura così lontana ed esotica come quella vissuta all’interno degli okiya giapponesi.
La controversia più aspra riguardo al libro concerne il disperato ed evidente tentativo da parte dell’autore di demistificare il ruolo delle geishe, facendole apparire per quello che sono, artiste e non prostitute d’alto borgo, come spesso da questa parte di mondo si crede; ma questo sforzo finisce per non riuscire pienamente, mantenendo l’ambiguità che ruota intorno a queste quasi mitologiche figure.
Infine, lo stile limpido e lineare di Golden è ciò che consente una grande fruibilità da parte dei lettori, ma è anche, forse, l’unica pecca del romanzo: la scrittura occidentale non coglie appieno – o per lo meno non riesce a rendere in modo efficace – tutte le sfumature di una storia e, con essa, di uno stile di vita che si presentano come delicati e unici, e che, in quanto tali, chiamano a gran voce una prosa capace di decantarli, come quella orientale, e quella nipponica in particolare.