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Il padre e lo straniero

Genere: Drammatico

Regia: Ricky Tognazzi

Anno: 2011

Durata: 110 min.

Attori: Alessandro Gassman (Diego), Amr Waled (Walid)

Quel giorno è Diego a portare suo figlio disabile a fare le terapie, e proprio mentre lo aspetta incontra l’arabo Walid, padre anche lui di un bambino malato. I due diventano amici grazie ad un’assidua frequentazione, si danno conforto a vicenda ed è proprio l’amore che l’arabo mostra verso il proprio figlio che porta Diego ad amare ed avvicinarsi veramente al suo.
Ma qualcosa non torna… improvvisamente quest’ultimo viene prelevato dal suo posto di lavoro e portato in una villa abbandonata. Qui viene a conoscenza di fatti che gli erano stati nascosti ed inizierà un pericoloso percorso alla ricerca di Walid.

Il Padre e lo Straniero, tratto dal libro omonimo di Giancarlo De Cataldo, parla di due culture diverse che si incontrano. Un confronto tra due modi distinti di amare il proprio figlio: chi lo vede come una benedizione, la “nour enayyi” (luce dei miei occhi); chi invece non riesce ad avvicinarlo, timoroso di fargli male.
Appena i due protagonisti iniziano a frequentarsi, in Diego nasce un sospetto su questo sconosciuto, anche se non ci dà importanza;  ma allo spettatore ciò rimane impresso, e il resto del film viene seguito con occhio investigativo. Questo voler capire ciò che c’è di sbagliato in Walid è dovuto alla diffidenza che ormai è instaurata nella nostra cultura nei confronti dello “straniero”; ed il bello della pellicola sta proprio nel far capire che, in alcuni casi, l’“altro” è persino meglio di noi.

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Vittorio Veneto, 18 Febbraio 2011

Umberto Curi, docente ordinario di Storia della Filosofia all'Università degli Studi di Padova

La domanda che mi sono posta fino alla fine della relazione esposta dal professore Umberto Curi, docente ordinario di Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Padova, è:  cosa c’entra l’identità? Il professore ha, difatti, parlato per tutto la durata della conferenza di “alterità”. Concentrandosi sul concetto di “straniero” nelle lingue indoeuropee, in particolar modo per quanto riguarda il latino e il greco, è emerso che entrambe possedevano un unico termine per indicare sia tale concetto, sia ogni altra forma di alterità (hostis in latino e xenos in greco). Ciò che al relatore premeva evidenziare è come, tale concetto, nell’antichità, non avesse alcuna connotazione, positiva o negativa che sia. Un’altra caratteristica comune alle due civiltà è la rigidissima regolamentazione del rapporto tra l’anfitrione e l’ospite: come a Roma lo straniero era assimilato al civis mediante la legge; così nella Grecia antica era considerato un vero e proprio crimine l’ostilità verso l’ospite, chiunque egli fosse.

È a questo punto che Curi, con la sua eccezionale capacità di trattenere l’ascoltatore sul filo, aggiungendo sempre nuovi concetti e esempi al discorso, esentandosi dal trarre le conclusioni fino agli ultimi minuti, ha egregiamente condotto docenti e studenti in un labirinto di citazioni. Partendo dall’Iliade, passando per l’episodio di Nausicaa contenuto nell’Odissea, fino ad arrivare alle Metamorfosi di Ovidio con il bellissimo mito di Filomene e Bauci. Ma è con un ulteriore mito contenuto nelle Metamorfosi che si intravede la conclusione, e con essa entra finalmente in gioco il concetto di “identità”. Saranno, precisamente, Narciso e Eco che ci condurranno alla comprensione della duplice funzione dello straniero, dell’altro da noi. Da una parte, è solo grazie al rapporto con l’altro, che è radicalmente altro, che io posso trovare la mia identità (così come avviene per tutti i contrari); dall’altra, io posso comprendere questo altro a patto di rispettare la sua di identità. L’errore di Narciso fu proprio quello di non comprendere la dimensione di alterità di Eco, tentando invece di trasmettere a lei la sua identità. Ma, d’altronde, come dice Curi “se ci misurassimo solo con il riflesso di noi stessi, che vita sarebbe?”.

 

immagine tratta da www.carnetverona.it