“Il Duka in Sicilia”, Vittorio Bongiorno, Einaudi, 2011

Vittorio Bongiorno, scrittore con all’attivo quattro romanzi. Non ti chiedo di presentarti perché sei noto ai più; entriamo subito nel merito: come definiresti i quindici anni trascorsi dalla pubblicazione del tuo primo libro?

Di corsa! Ti confesso che non me ne sono accorto, e non ci ho quasi mai pensato. Nel senso che per vivere faccio altro, e scrivo di notte, cercando di conciliare lavoro, famiglia, figli, qualche ora di sonno e un ritardo cronico a rispondere a centinaia di email accumulate (come la tua!)… Insomma, non mi sono mai sentito uno “scrittore” con la esse maiuscola. Piuttosto un raccontastorie, che scrive di notte, comunque, sia che mi pubblichino o che no. La mia è più un’urgenza. Non faccio grossi calcoli su cosa dovrei o potrei scrivere. Lo faccio, e basta. È  la mia vita. Non ne potrei fare a meno.

Il Duka in Sicilia è il tuo ultimo romanzo, pubblicato da Einaudi nel 2011. Vincenzi di Repubblica definisce l’idea alla base del libro “poco italiana” – specificando che si tratta di un complimento -, Cinque de Il giornale di Sicilia definisce la tua una “voce ironica e colorata”. Ti senti un po’ il fautore di novità del panorama letterario italiano?

Noooo! Per carità! Nessuna novità, non da parte mia. Io scopiazzo qua e là, vengo, come dicevo prima, dallo storytelling, dalle storie raccontate e ascoltate al bancone di un bar, dalla vita vissuta su un tram. Onoratissimo delle critiche positive che hanno accolto il mio “Duka in Sicilia”, ma non credo di essere una grande novità. Forse, tratto che accomuna tutto quello che scrivo, il miscuglio di parlato e musica rende la lettura dei miei libri un po’ più ritmata del solito. Diciamo che cerco di stare al passo coi tempi, e di “tenere il tempo”, di non far annoiare il lettore.

L’idea de Il Duka in Sicilia nasce nel 2003. Che significato ha per te?

Il primo germe, la prima scena, era l’idea per un film. Pensata per immagini, e musica. E infatti così e’ stato, ho scritto un soggetto di dieci paginette e l’ho mandato a destra e manca, proprio come nei film. Prima Pupi Avati, poi addirittura Roberto Benigni mi ha telefonato, per complimentarsi della bella storia. Poi ancora Nanni Moretti mi ha selezionato insieme ad altri per il suo “Premio Sacher 2003”, unica edizione di concorso per storie per film. A ripensarci ora e’ davvero incredibile, soprattutto perché io ho spedito il plico presso gli uffici di questi signori, da totale sconosciuto. La storia piaceva molto, ma tutti erano d’accordo sul costo eccessivo di un “film in costume”. E per un po’ l’ho lasciato nel cassetto. Poi l’ho ripreso in mano, ne ho ascoltato nuovamente la gioia delle voci del coro, i tanti personaggi, l’ambientazione alla “Blues Brothers siciliano”, e mi sono buttato a scrivere il romanzo. Che è stato, a mia sorpresa, molto gioioso da scrivere.

Esordisci a 24 anni con La giovane Holding, pubblicato da Comix; prosegui con un noir psichedelico e un romanzo di formazione. A quanto mi pare di capire ti piace sperimentare. C’è un filo rosso che collega i tuoi lavori?

Beh, io sono da un certo punto di vista uno che si annoia a fare sempre la stessa cosa. Dunque cambiare registro è stata un’esigenza di “sopravvivenza”. Annoierei me stesso, prima che i miei lettori. Però, d’altro canto, credo che, come dice mio figlio, io scrivo sempre la stessa storia! Cambia il tono magari, l’ambientazione, lo stile, ma i miei temi sono sempre gli stessi: il lato oscuro dell’uomo, i rapporti conflittuali, padre-figlio, la fuga, la voglia di sognare un mondo migliore… Facendo un paragone musicale, a me piacciono i dischi e gli artisti che suonano fondamentalmente sempre la stessa canzone, anche se con sfumature diverse, piccoli slittamenti, sperimentazioni controllate. Dylan, Neil Young, Tom Waits…

Com’è stato il tuo approccio con l’editoria? Hai avuto difficoltà ad emergere e farti notare?

La difficoltà è costante a emergere tra le migliaia di libri pubblicati ogni anno, benche’ il mio ultimo romanzo sia stato pubblicato da Einaudi. Io, di mio, ci aggiungo una incapacità a frequentare le “cricche”, i salotti letterari, i sorrisi di circostanza. Ho un altro lavoro che mi permette una vita normale, dunque quando scrivo non voglio limitazioni o imposizioni dalle regole del mercato, o dalle tendenze, o dagli uomini marketing. È molto dura così, ma è la mia vita, devo essere sincero prima con me stesso e poi con chi mi legge. Quando scrivo io cerco la verità, non il successo, o una rubrica su qualche giornale.

È stato più soddisfacente vedere edito il tuo romanzo d’esordio o essere pubblicato da una grande casa editrice?

Beh, il primo romanzo è stata un’avventura un po’ folle e irresponsabile, che per fortuna è finita bene! Non ho rimpianti, anzi, mi sono molto divertito. Però, con tutto il rispetto, quando mi è arrivata a casa la bustona con le bozze del romanzo, con il logo “Giulio Einaudi Editore”, mi sono davvero emozionato…

Quale dei tuoi romanzi ha richiesto più tempo e difficoltà nella scrittura?

Io ho una scrittura molto veloce, ma che necessita di molto tempo per costruire l’architettura. Posso metterci anni su schemi e schemini per un libro, e pochi mesi per finire di scriverlo. Forse per il Duka ci ho messo un po’ di più, perché ho fatto tutte le ricerche storiche, ho viaggiato spesso per incontrare a Palermo gente che ha partecipato davvero al concerto di Duke Ellington nel 1970, ho dovuto organizzare molte più voci…

Esordire è difficile, specie se si considera che molti editori preferiscono guadagni sicuri alla valorizzazione di giovani capaci. Che consiglio ti senti di dare agli scrittori in erba?

Non so quanto i miei consigli possano essere utili. Sicuramente io posso dire che i “trucchetti” prima o poi vengono a galla. E che la qualità, alla lunga, paga. Se uno vuole fare lo scrittore, deve faticare sulla pagina bianca, non avere fretta, e scavare a fondo nelle storie. Il successo facile non esiste, e nemmeno, checché ne dica qualcuno, le regole per un libro di successo. I grandi scrittori, come i grandi musicisti, o i grandi artisti, si sporcano le mani, scavano, hanno il coraggio di cestinare una pagina non venuta bene. Leggi i diari della Pivano, quando racconta Hemingway al lavoro, e vengono i brividi: un gigante, che faceva letteralmente a pezzi la sua scrittura, perché non era convinto al duecento per cento. Se vuoi andare in televisione, però, quello che dico io non vale. Io appartengo alla “parrocchia” della scuola dura. Ma quando riesci a cogliere quell’attimo fuggente, anche uno solo, beh…

Si dice che ogni scrittore trasferisca sui propri personaggi alcune componenti del proprio carattere o della propria personalità. A quale ti senti più legato e quale rispecchia di più te stesso?

È innegabile che io parto sempre da me, da un’intuizione, da una storia, da quello che mi fa battere il cuore. E spesso uso cose che mi sono accadute, ma cerco di trasformarle, in funzione di una storia. In funzione di quello che “serve” alla storia. Se un personaggio deve morire, se serve alla storia, io lo faccio morire, anche se magari nella vita vera è il tabaccaio sotto casa che vive bello sereno e placido, o mio padre, o il mio migliore amico. E cerco di filtrare le emozioni dei personaggi che descrivo attraverso i miei occhi. Del resto ho solo i miei occhi per conoscere il mondo. Poi, magari, gli faccio fare cose che io non farei mai. Ma io scrivo storie, appunto, non romanzi autobiografici!

Al momento, stai lavorando a qualche altro romanzo?

Non parlo mai con facilità di ciò che ancora non è compiuto. Perché, come dicevo prima, non ho fretta, non voglio pressioni di alcun tipo. Quando penso che una storia sia pronta, è quello il momento di mandarla all’editore. Prima di riprendere in mano il Duka avevo cominciato a lavorare a un romanzo, piuttosto corposo. Il Duka mi è servito per prendere una boccata d’aria. Ora sono pronto per ricominciare. Ma, nel frattempo, in un giro promozionale del Duka a New York, dove ho fatto un reading musicale del libro, ho “incontrato” un’altra storia, più urgente, più immediata, e forse, chissà…

Lo staff di Elasticamente ti ringrazia molto per la tua disponibilità. In bocca al lupo per il futuro!

Sono io che ringrazio voi, e mi scuso tanto del ritardo con cui vi ho risposto. A presto!